Riformare la formazione dei docenti, un percorso ad ostacoli ma possibile

di Max Bruschi*, ItaliaOggi, 1°aprile 2014

Sulla formazione iniziale dei docenti, le parole del Ministro Stefania Giannini pronunciate al Senato suonano come una (sacrosanta) conferma del principio, tante volte violato, della continuità degli atti amministrativi e della conseguente soddisfazione delle legittime aspettative: “Avvieremo subito una nuova tornata del Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per il prossimo anno accademico, perché credo sia doveroso offrire ai giovani laureati la possibilità di conseguire il titolo abilitativo. Il modello del TFA introduce un principio sacrosanto: l’abilitazione si ottiene dopo aver dimostrato in aula di avere la preparazione e l’attitudine all’insegnamento”. Ma c’è di più: “Per il futuro”, aggiunge il titolare di Viale Trastevere “dovremmo introdurre un modello più snello. Penso all’inserimento direttamente nel percorso della laurea magistrale universitaria di un periodo di tirocinio con cui ottenere, al momento della laurea e dopo un esame parallelo alla discussione della tesi, anche l’abilitazione”. Questa strada fu presa in considerazione e poi scartata già dalla commissione Israel, che preferì per la scuola secondaria un meccanismo di 2 (laurea magistrale) + 1 (Tirocinio), rimasto inattuato se non per strumento musicale, ma è indubbiamente percorribile, ad alcune condizioni e con alcune “accortezze”.
Prima di tutto, occorre che il lavoro sulle classi di concorso, simile per tempi e condizionamenti al proverbiale “albero di Bertoldo”, sia compiuto secondo questa prospettiva, scindendo nettamente vecchio e nuovo e arrivando a una drastica riduzione nel loro numero, basata rigorosamente su considerazioni di carattere didattico-disciplinare. Un conto sono le “confluenze” delle vigenti classi sui nuovi insegnamenti (per le quali è necessario un regolamento), altro le prospettive future, gestibili, ai sensi del Testo Unico, in base a un rapido decreto. Secondo, occorre che i percorsi di laurea magistrale “abilitanti” (si intende: con severe prove selettive di accesso) siano “blindati”, evitando l’anarchia universitaria e di cedere alle lobby accademiche inserendo negli ordinamenti didattici “il troppo e il vano”. Insomma, se si chiede agli atenei e alle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica di produrre scatole di pomodoro, occorre che di esse si tratti, e non di scatole di fagioli, con la scusa che sempre scatole sono. E ciò sia in termini di settori scientifico disciplinari, che di insegnamenti. Se risulta inconcepibile (eppure, così oggi è) che si possa insegnare, per fare solo un esempio, storia senza dover dare un esame di storia contemporanea, sarebbe altrettanto irresponsabile non prevedere, con esattezza, quali tra le svariate discipline raggruppate in uno stesso settore debbano essere insegnate con riferimento al profilo in uscita. Terzo, altrettanta severità occorre impiegare nei requisiti per l’attivazione dei corsi, mettendo a frutto le esperienze dei TFA. Spacciare, tanto per fare un esempio, corsi disciplinari per corsi di didattica, come in alcuni casi è accaduto, non è corretto per gli aspiranti docenti, ma ha anche ricadute pesanti sul raggiungimento sostanziale dei profili previsti.
Sin qui le condizioni. Restano le accortezze. I percorsi di TFA devono non solo godere di continuità sino alla predisposizione dei nuovi ordinamenti, togliendo gli aspiranti da una ingiustificabile incertezza, ma penso sia opportuno proseguano, in parallelo, anche successivamente. E ciò per due motivi. Primo, ci sono alcune centinaia di migliaia di aspiranti, in possesso del “titolo” di accesso, cui non sembra possibile né giusto far rifrequentare un percorso di laurea magistrale; secondo, alcuni settori male si prestano a una laurea magistrale configurata “ad hoc” per l’insegnamento: solo per fare alcuni esempi, medicina, ingegneria, la stessa giurisprudenza. E sarebbe un rimedio decisamente abborracciato limitarsi ad appiccicare i crediti di tirocinio ai percorsi di laurea magistrale ordinamentali, senza prevedere i necessari apprendimenti relativi alla didattica.
Quanto ai tempi, una bozza normativa di revisione del 249/2010 fu da me elaborata a suo tempo, su richiesta del Capodipartimento Lucrezia Stellacci. L’esperienza dice che, lavorando sodo, occorrono almeno 8 mesi. Più il tempo necessario a predisporre le tabelle relative alle lauree e ai diplomi, da prevedere in un semplice decreto, rinnovabile costantemente sulla base dell’esperienza.
*Ispettore MIUR

Gentile Ministro Carrozza, La prego: poi dica di no, ma almeno ascolti.

Gentile Ministro Carrozza, “a chi vuole sapere del stiamo aspettando da dicembre il via libera sul regolamento dal MEF, dalla funzione pubblica e dal CDS”. Questo Suo tweet ha rappresentato una “doccia fredda” per decine di migliaia di aspiranti, giovani e meno giovani, in attesa di potersi, come detto da una amica che il TFA l’ha brillantemente fatto, “abilitare virtuosamente”. E, aggiungo, faticosamente e con merito. Aspettavano, come da Lei assicurato, il bando per febbraio (termine temporale un poco stretto, ma nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire su un ritardo tecnico) e ora assistono a un improvviso e imprevisto stop.

Ora, i casi sono due. O Lei ha, come nelle Sue prerogative, deciso di non bandire il II ciclo di TFA per il prossimo anno accademico; oppure qualcosa, nella “catena” ministeriale, non sta funzionando a dovere.

La prima decisione, e cioè attendere le modifiche al 249/2010, comporta infatti un iter lungo, che più volte ho vissuto in prima persona, quando, oggi ispettore, ero consigliere del ministro Gelmini: parere del Consiglio di Stato (sempre che il decreto sia stato trasmesso, e non giaccia su qualche scrivania), che ha un mese di tempo, salvo rilievi (che ci sono sempre) che fanno perdere altri mesi (al minimo uno: di media due, se l’Amministrazione trotta); parere delle commissioni parlamentari competenti (altri due mesi), redazione definitiva, inoltro alla Corte dei Conti per la registrazione (minimo un mese, ma di solito di più, salvo rilievi), pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. E poi i bandi, l’apertura dell’offerta formativa, etc. etc. Si andrebbe ad anno accademico 2014/2015 inoltrato: a quel punto gli Atenei non potrebbero che rinviare il tutto al 2015/2016. E tutto questo per la seguente modifica, l’unica, tra le tre previste, ad avere un impatto sui percorsi: la previsione di una “graduatoria nazionale”, norma che, così come è stata redatta, rappresenterebbe la gioia per gli avvocati d’Italia, perché NON è possibile fare una graduatoria nazionale su prove, in buona parte (e non potrebbe essere altrimenti) demandate agli Atenei. Le chiedo, e mi chiedo: ne vale la pena? Se Lei si pone il problema degli “idonei”, la situazione può essere risolta, tramite una sorta di “ripescaggio”, attraverso un decreto ministeriale, che non necessita di nessun passaggio e di nessun concerto. Tempo di redazione: un paio di ore. Se invece non vuole bandire in assoluto, lo dica, spiegandone le ragioni. Sarebbe, a mio avviso, un errore, come già fu un errore, sia pure in buona fede, e lo riconosco, l’aver sospeso le SSIS senza che il nuovo percorso fosse pronto. Ma tutti si metterebbero il cuore in pace. Faccio sommessamente rilevare il paradosso per cui, nei prossimi anni, gli unici abilitati sarebbero coloro i quali, in virtù del servizio, avranno frequentato i “percorsi speciali”, anteponendo così una sanatoria (che non discuto: la norma c’è) a un percorso ordinamentale; oppure coloro i quali acquisiranno le abilitazioni all’estero, magari acquistandole con procedure on-line per il tramite di compiacenti mezzani. Non penso che le nostre istituzioni scolastiche, gli studenti ignari e le loro famiglie si meritino questo. E non penso se lo meritino i laureati in attesa.

La seconda ipotesi, quella di un ingorgo ministeriale, non me la so spiegare. La procedura di attivazione del TFA la conosco come le mie tasche (banalmente, perché ho scritto i provvedimenti, testo del 249 e decreti di attuazione: quasi dalla A alla Z). La tempistica e i provvedimenti necessari, anche in versioni diverse, sono pronti (alcuni, da un anno). Basta riesumare il parere del MEF sui numeri, rimboccarsi le maniche e potremmo avere le prove di ammissione a giugno/luglio, l’inizio dei corsi a settembre, in perfetta coincidenza con l’anno accademico e scolastico. I decreti in bozza sono qui, nella mia “chiavetta”. Glieli posso portare di persona, a Roma, oggi stesso, rifacendo il percorso che, da sei anni, faccio ogni lunedì e martedì che Dio manda in Terra per servire, dalle retrovie, il MIUR, dopo essere stato sul ponte di comando. Posso modificarli sotto sua dettatura, stravolgerli (purché reggano normativamente: altrimenti, direi di no, come ho sempre fatto e come ritengo sia dovere di ogni tecnico fare). Insomma, tutto quello che vuole.

A me non ne viene nulla in tasca. Anzi, scrivendole corro magari qualche rischio. Ma ci sono cose che, in coscienza, vanno fatte. Se non provassi a compiere anche questo tentativo, non potrei più guardare in faccia i mie studenti all’università, le tante persone che, in questi anni, hanno trovato in me un interlocutore che, se non altro, prova a rispondere e a dare un volto all’Amministrazione, spiegandone le scelte anche quando non le condivide. O a modificarle, quando le ritiene ingiuste.

TFA II ciclo: eppur si è mosso. Ma che cammini bene…

La buona notizia (meglio tardi che mai), è che il II ciclo del Tirocinio formativo attivo, il percorso ordinamentale finalizzato all’abilitazione dei docenti, partirà.
Buona notizia, innanzitutto, per coloro i quali erano in attesa di abilitarsi “virtuosamente” e che temevano, a ragione, di essere stati totalmente dimenticati in favore di altri soggetti (e più non ci appulcro). Ma buona, anzi, ottima notizia, se l’avvio del II ciclo significasse la stabilizzazione delle procedure di abilitazione, da bandirsi costantemente, ogni anno, perché ci si troverebbe di fronte a quella “continuità” di procedure che differenzia una amministrazione statuale civile rispetto alla concessione, una tantum,  di “benefici” dal sapore feudale. Il che non conculca (ci mancherebbe!) la possibilità di modifiche ai percorsi: ma già se la regola tra gentiluomini fosse di far proseguire senza indugi quel che c’è, in attesa di ciò che verrà, avremmo fatto un bel passo avanti sulla strada della civiltà giuridica.

Dopo le buone notizie, ce ne sono altre che inducono, però, a qualche riflessione. Primo, l’indicibile ritardo di avvio dei percorsi rende necessario una revisione delle procedure e una scelta che garantisca tempi certi, per il futuro, a tutela delle aspettative e dei progetti di vita dei singoli aspiranti. Se il primo ciclo già era partito, complice il mutamento al governo, in ritardo, anche il secondo ha subito la stessa sorte: ma ciò lede quel principio della continuità degli atti e delle procedure che è il crisma di una amministrazione moderna, efficiente ed efficace.

Secondo, il 249/2010 prevede un monitoraggio dei percorsi, al fine di affinare, in corso d’opera, le procedure di attivazione e di svolgimento e, se del caso, sanzionare le inadempienze (e pure ce ne sono state). I percorsi fuori controllo sono un danno, per tutti. Innanzitutto per chi aspira a una formazione seria e rigorosa, e non può trovarsi di fronte a varie, disdicevoli “italianate”.

Terzo, in attesa che si perfezionino gli atti “propedeutici” al bando (innanzitutto, che arrivi finalmente il parere del MEF sui contingenti), occorre approntare una “lista della spesa” tale da consentire a tutti i soggetti coinvolti (in primis, gli ASPIRANTI, ma gli atenei, le istituzioni scolastiche, la stessa amministrazione) di arrivare preparati all’evento, facendo tesoro di quanto successo in passato. Occorre, dunque,

  1. aggiornare il provvedimento di istituzione dei percorsi, che potrebbe prevedere requisiti più stringenti  (ad esempio, le convenzioni con le istituzioni scolastiche, per impedire lo sconcio di percorsi attivati in assenza di possibilità di tirocinio: come successo per il Cinese; curriculum adeguati per la direzione del corso, norme stringenti sulla valutazione e sulla chiusura dei corsi) e chiarire tutti i dubbi interpretativi che, nel corso del I ciclo, furono risolti in corso d’opera con apposite direttive, ma a volte ai limiti se non oltre il tempo utile (ad esempio, la tempistica dell’apertura e della chiusura dei corsi), e aprire, sulla base di quel decreto, l’offerta formativa degli atenei.
  2. chiarire se la prova preselettiva, le cui caratteristiche NON sono mutate (prova disciplinare e sulle competenze di lingua italiana), sarà nazionale o demandata agli atenei e, in tutti i casi, stabilire un “syllabus” per la predetta prova;
  3. prevedere, elencando i casi, preselettive di ambito sulle discipline comuni e, in alcuni casi, penso alle CdC con cascata verticale “diretta”, come le lingue, l’educazione motoria, etc., di rendere comuni anche le prove selettive e i percorsi, magari distribuendo le ore di tirocinio e di didattica in modo da coprire la formazione sul primo e sul secondo ciclo;
  4. prestare attenzione alle modalità di recupero nazionale di posti residui (i casi in cui in un ateneo ci siano più idonei delle disponibilità, a fronte di altri con posti vacanti), ed evitare di prestare il fianco a “Ricorsopoli” prevedendo graduatorie nazionali a fronte di prove locali.

Resto, naturalmente, in attesa di eventuali suggerimenti.