Chissà se Bondi e Giarda andranno in visita all’USR Emilia-Romagna…

Parlo di una terra che amo. Cui sono legato per motivi familiari e affettivi. Una terra, l’Emilia (e oggi anche la Romagna) sconvolta da scosse che non accennano a placarsi. Una terra che si rimbocca, nella paura, tutti i giorni le maniche. Abbiamo visto immagini e testimonianze di grande dignità. Sono state spese tante parole e non vale la pena di aggiungerne. Ma poco si è parlato di chi, sotto le macerie, con forza di volontà, capacità, impegno sta “portando avanti la baracca”, con organici già insufficienti nell’ordinaria amministrazione. Parlo di Stefano Versari e degli amici dell’USR Emilia-Romagna e delle sue scuole, impegnati a garantire lo svolgimento degli esami, la conclusione dell’anno scolastico, l’aiuto alle istituzioni educative distrutte o danneggiate. Lo “Stato” non si vede ai funerali, alle visite di circostanza. Lo Stato si vede e si fa carne nell’azione quotidiana di queste persone. Grazie. Parlo di una terra restata più fuori dai riflettori, la terra di Mantova, dove con altrettanta abnegazione il provveditore (io lo chiamo ancora così…), i fuzionari, i dirigenti scolastici, tutti i dipendenti dell’amministrazione scolastica si stanno in egual modo impegnando per far sentire la presenza dello Stato, non con fiori, ma con opere di bene. Grazie. Vorrei tanto che chi, a tavolino, gioca al Risiko dei tagli, andasse a vedere il loro lavoro, fuori dall’ufficialità. Sono persone che, per una volta, ti fanno sentire orgoglioso di essere un pubblico dipendente.

Il “Capo dei Capi” e l’agrodolce Sicilia

Ho visto ieri sera l’ultima puntata della replica del “Capo dei Capi”, la fiction dedicata a Totò Riina su Canale 5. Non ne avevo letto nulla per non lasciarmi influenzare dalle polemiche che accompagnano, come tafani sulla criniera d’un cavallo, qualunque opera dedicata a mafia e zone limitrofe. Lo dico con semplicità. Mi è piaciuta. L’ho trovata scabra, priva di retorica, sostanzialmente corretta nella ricostruzione storica (si tratta pur sempre di una fiction, non di un documentario!) e nello sfondo. Ma c’è di più. Ogni scena mi ha rimandato ad altre scene. Mi ha fatto rivivere alcuni momenti, perché le scene si incrociavano con la mia memoria di bambino: il rito della lettura del giornale era particolare, mio nonno era il rapsodo che leggeva a me e alla nonna, prima il Corriere poi, dalla svolta “sinistra” impressa dalla famiglia Crespi alla storica testata del moderatismo lombardo, il Giornale del fuoriuscito Montanelli. Ricordo il tono della voce, che ogni tanto si interrompeva commosso, le notizie della “guerra di mafia” che si alternavano a quelle della guerra alle Brigate Rosse. Ricordo l’assassinio di Boris Giuliano e del giudice Terranova. Ricordo, ragazzino, le immagini di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro riversi in macchina, grondanti di sangue. E ricordo le polemiche: Falcone, Borsellino, Ayala, il “corvo” di Palermo, le decisioni atroci del CSM, i veleni, le accuse di Leoluca Orlando Cascio a chi la mafia la combatteva sul serio. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Le lacrime di coccodrillo sui cadaveri di Falcone e Borsellino. Ricordo anche altro, il “dopo” cattura di Riina, le accuse folli al capitano Ultimo e lo smembramento della squadra che aveva portato all’arresto del Capo dei Capi. Insomma, la fiction ha riattivato la mia memoria, stimolato la voglia di approfondire il passato e di riprendere il filo della storia. Che è quanto dovrebbe fare un’opera “artistica”, un “romanzo storico”, sia pure televisivo.
Ora, dalla Sicilia oggi arrivano due notizie proprio brutte. La prima riguarda le polemiche che dilaniano la famiglia Borsellino all’indomani dell’offerta alla vedova del magistrato, Agnese, della cittadinanza onoraria di Salemi da parte del sindaco, Vittorio Sgarbi. La seconda è peggiore. Perché un conto sono le piccolezze umane, un altro gli atteggiamenti culturali. Ora, il presidente della Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, chiede a gran voce la conferma della convenzione tra Rai e Regione Sicilia che ha fruttato la fiction di ambientazione isolana Agrodolce: costo, 13 milioni di euro Rai e 12,7 milioni di euro del fondo europeo per lo sviluppo (!!!) destinati dalla “reggione”, per uno share del 5,5% e giudizi non proprio entusiastici della critica. Motivazioni di Lo Bello? Il 75% delle 280 maestranze , il 90% dei 220 attori minori e le 3.500 comparse sono siciliane. E poi ci sarebbero “rilevantissime” ricadute sull’indotto… Antonello Antinoro, assessore alla cultura in quota UdC, avrebbe invece chiesto al direttore Rai Cappon un’attenta valutazione tra costi e benefici prima di dare il via libera. Logico, sembrerebbe… ma il problema è che tutta la vicenda si inserisce in uno scontro al calor bianco che dividerebbe il governatore Lombardo e l’ex governatore Cuffaro, l’un contro l’altro armati: a favore il leader dell’MPA, contro “vasa vasa”. Insomma, dell’impiego di 25 milioni di euro di pubblico denaro sembra non preoccuparsi nessuno. E questa notizia è brutta quanto quella di un omicidio mafioso.

Napolitano: Per difficile che possa essere, vivremo il 2009 con animo solidale, fermo, fiducioso

Questa vigilia del nuovo anno è dominata, nell’animo di ciascuno di noi, dallo sgomento per le notizie e le immagini che ci giungono dal cuore del Medio Oriente. Si è riaccesa in quella terra una tragica spirale di violenza e di guerra. Una spirale che va fermata. Lo chiedono l’Italia, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, il Pontefice: sentiamo oggi, mentre vi parlo, che questo è il nostro primo dovere, riaprire la strada della pace in una regione tormentata da così lungo tempo.
Parto di qui per rivolgere il mio tradizionale messaggio di auguri a voi tutti, italiani di ogni generazione e di ogni condizione sociale, residenti nel nostro paese e all’estero – ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell’ordine e alle Forze Armate, e con speciale calore e riconoscenza ai nostri militari impegnati in missioni difficili e rischiose per garantire la pace e sradicare il terrorismo nelle regioni più critiche. Nel rivolgervi questo augurio, non ignoro la forte preoccupazione che ci accomuna nel guardare all’anno che sta per iniziare. Un anno che si preannuncia più difficile, e che ci impegna a prove più ardue, rispetto alle esperienze vissute da molto tempo a questa parte. Leggi il resto »

E adesso cosa diranno a proposito di evasione fiscale?

Procede a gonfie vele la lotta all’evasione fiscale. Tra il primo gennaio e il 30 novembre di quest’anno - fa sapere l’Agenzia delle Entrate - le riscossioni da accertamento hanno raggiunto i 2,3 miliardi (+46% rispetto allo stesso periodo del 2007), di cui 1,5 miliardi provenienti da strumenti deflativi (+54%) e oltre 800 milioni derivanti da ruoli (+33%). Un anno fa nello stesso periodo (gennaio-novembre) gli incassi da accertamento erano stati pari a 1,6 miliardi, di cui 980 milioni da adesione, acquiescenza e conciliazione e circa 600 milioni da ruoli. E pensare che in questi mesi, ad ogni dibattito cui mi è capitato di partecipare, i sinistri accusavano il centrodestra di aver abbandonato la lotta all’evasione fiscale….

Aliatalia: chi ha sbagliato, se ha sbagliato, paghi

Buone notizie, almeo per chi giudica sacro il danaro dei cittadini. I vertici di Alitalia in carica dal 2000 all’estate 2007 sono indagati dalla procura di Roma per bancarotta nell’ambito dell’inchiesta aperta nello scorso settembre dopo la dichiarazione di insolvenza della compagnia di bandiera. Sarebbero otto tra presidenti, amministratori delegati e direttori generali. Nel periodo preso in esame dagli inquirenti sono stati presidenti dell’Alitalia: Fausto Cereti (1996-03), Giuseppe Bonomi (2003-04), Giancarlo Cimoli (2004-07) e Berardino Libonati (2007). Gli amministratori delegati sono stati Domenico Cempella (1992-01), Francesco Mengozzi (2001-04), Marco Zanichelli (2004) e Giancarlo Cimoli (2004-07), mentre tra i direttori generali figuravano Giovanni Sebastiani e Marco Zanichelli (2003-04). Il reato di bancarotta preso in esame dagli inquirenti fa riferimento a ipotesi di distrazione e/o dissipazione. Gli accertamenti sono curati dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai sostituti Stefano Pesci, Francesca Loy e Gustavo De Marinis. Nei mesi scorsi, dopo l’apertura del fascicolo, sono stati acquisiti i bilanci degli ultimi dieci anni della compagnia di bandiera. Tra le operazioni all’esame degli inquirenti l’acquisizione di Volare Group, la cessione di tredici aerei di EuroFly alla F. Luxembourg, i rapporti con i fornitori, le consulenze e la politica del personale. Per esempio nel 2000 Alitalia ingloba 1.500 dipendenti di Aeroporti di Roma e sei anni dopo 700 dipendenti di Volare, ma nel frattempo la compagnia avvia una politica di esodi particolamente onerosa.
Spero che la magistratura faccia presto e bene.

Io sto con Brunetta, senza se e senza ma

I fatti: la Corte di Giustizia di Strassburgo ammonisce l’Italia. La disparità nell’età pensionabile tra uomini (65 anni) e donne (60 anni) nel settore pubblico è una discriminazione da togliere. Altrimenti, saranno multe, multe salate. Renato Brunetta prende atto e, con coraggio, si dichiara pronto a ottemperare. In due interviste, al Giornale e a  Repubblica chiarisce i termini della questione, col solito stile diretto e senza fronzoli. Apriti cielo! Un fronte trasversale si getta sul Ministro, nella maggioranza si fanno largo i distinguo e le smorzature. Ebbene, io sto con Brunetta, senza se e senza ma. Non solo perché occorre obbedire all’Europa, ma per le ottime ragioni spiegate in un editoriale da Oscar Giannino. Togliere quello che è, a tutti gli effetti, un privilegio ingiustificato e ingiustificabile a 250 mila pubbliche dipendenti, significherebbe per le casse pubbliche e per il nostro malandato welfare 6,1 miliardi di euro. Da riutilizzare in primo luogo per dare al Paese quei servizi indispensabili ad abbattere la disoccupazione (o meglio, l’inoccupabilità) femminile, dagli asili nido in avanti. Ha ragione Claudia Mancina: il pensionamento anticipato è stato un facile pretesto per non dare alle donne ciò di cui hanno diritto. Togliamo i privilegi, garantiamo i diritti. Quanto ai sindacalisti, farebbero meglio a pensare a far rispettare la legge del 1976 che equipara le retribuzioni tra uomini e donne: oggi prendono il 20% in meno.

Che vergogna!

Un bambino rom, anche se di soli quattro anni, che mendica insieme con la mamma, e lo fa soltanto per alcune ore e non per l’intera giornata, non è sfruttato e la mamma non può essere condannata per riduzione in schiavitù. La Cassazione ha così annullato una sentenza della Corte d’Appello di Napoli che aveva condannato Mia, una madre rom scoperta a fare accattonaggio con il figlio a cinque anni di reclusione. Penso che i nomi di questi magistrati andrebbero resi pubblici.  Vorrei sapere chi è arrivato a dichiarare che, siccome Mia mendicava con il figlio soltanto dalle 9 alle 13, non c’è «quella integrale negazione della libertà e dignità umana del bambino che consente di ritenere che versi in stato di completa servitù » o che non si possono «criminalizzare condotte che rientrino nella tradizione culturale di un popolo». Il mangel, l’accattonaggio usualmente praticato dagli zingari, scrive la Cassazione, per «alcune comunità etniche costituisce una condizione di vita tradizionale molto radicata nella cultura». La Cassazione chi????

Ma cosa disse davvero Falcone? Ecco due assaggi

Confesso: sarà un residuo dei miei studi di filologia, ma cerco, per quanto possibile, di andare all’origine di citazioni, opinioni, fatti. Si scoprono, a dire la verità, tonnellate di luoghi comuni e tradizioni “distorte”, spesso ad arte, grazie anche alla scarsa memoria collettiva. Giovanni Falcone viene citato da Silvio Berlusconi come l’ispiratore della futura riforma della giustizia, in particolare come sostenitore della separazione delle carriere. Reazioni scandalizzate da parte del centrosinistra, accuse di fascismo (ettepareva!) da parte dell’ANM. L’ANM, in particolare, e il CSM, sulla vicenda Falcone fecero una figura magrissima. Vi invito a leggere le motivazioni con cui il magistrato fu trombato dal CSM come successore di Antonino Caponnetto, ma l’intera storia di Falcone e Borsellino è costellata dagli attacchi della casta togata (e non solo: Leoluca Orlando Cascio si comportò in maniera indecente). Quel gran signore di Giuseppe Ayala, interpellato sull’argomento come collega del magistrato e come recente autore di “Chi ha paura muore ogni giorno”, dedicato appunto all’epopea del pool, non si scompone, non si avvita come pure (e, sul serio, dispiace) fa  Maria Falcone e afferma che sì, Giovanni proprio così la pensava. Ora, eccovi due stralci da interventi di Giovanni Falcone.

Senigallia, 15 marzo 1990:
«…Se vogliamo realisticamente affrontare i problemi, evitando di rifugiarsi nel comodo ossequio formale dei principi, dobbiamo riconoscere che il vero problema è quello del controllo e della responsabilità del PM per l’esercizio delle funzioni. Con ciò non si intende mettere in discussione il principio dell’indipendenza del giudice, principio tenuto ben presente dal nuovo codice di procedura penale, che ha avuto cura di distinguere accuratamente il ruolo del giudice da quello del PM, onde sottolineare l’autonomia dell’organismo giudicante effettivamente indipendente… Ed allora ci si domanda come è possibile che in un regime liberal-democratico qual è indubbiamente quello del nostro paese, non vi sia ancora una politica giudiziaria, e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di Procura e spesso dei singoli sostituti…Ma sono fermamente convinto che questa risposta istituzionale ai pericoli di deviazione della repressione penale non è coerente coi principi vigenti in regimi liberaldemocratici maturi e, soprattutto, determina concreti pericoli di incoerenza e disorganicità nella repressione penale…Mi sembra quindi giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del PM finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticista della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività…»

Repubblica, 3 ottobre 1991, intervista di Mario Pirani:
«…Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienza, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo.E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carattere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e PM siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il PM sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del PM con questioni istituzionali totalmente distinte…»

Il sacro diritto alla difesa

Sulla brutta vicenda di Aprilia non c’è nulla da aggiungere all’editoriale di Massimo de’ Manzoni sul Giornale.

Spara al ladro per difendere il negozio E ora lo accusano di omicidio volontario
di Massimo de’ Manzoni

L’ultima, duplice tragedia figlia dell’insicurezza si è consumata nella notte ad Aprilia, grosso borgo in provincia di Latina: un giovane delinquente è morto, un onesto padre di famiglia si ritrova indagato per omicidio volontario. L’uomo, un tabaccaio, ha sparato a una banda di quattro persone che, per dare l’assalto (il terzo dell’estate, il settimo dall’inizio dell’anno) al suo negozio, aveva chiuso lui, la moglie e i due figli di 12 e 18 anni in casa e li aveva minacciati di morte. Un bandito è rimasto a terra senza vita: aveva 22 anni, era romeno, aveva precedenti per furto. Leggi il resto »

Augusta, sei tutti noi!

Che brutta storia! Siamo ancora all’agibilità democratica. Un gruppuscolo di estremisti parcheggiato all’Università di Torino fa di tutto per negarla ad Augusta Montaruli, 24 anni, dirigente dei giovani di Alleanza Nazionale. Solo che non si tratta di impedire un convegno, ma addirittura di fare un esame, in pieno amarcord anni ‘70. Due parole: che schifo. Rafforzate dall’intervista audio incredibile del leaderino Davide Grasso. Ecco la storia di Augusta in una bella ricostruzione di Luca Telese. Aiutiamola a tenere duro.  

“Io, di destra, all’università mi nascondo”
di Luca Telese

«No, mi faccia un favore. Non scriva che sono una vittima. Non mi ci sento. Non lo sono».
E cosa si sente, allora?
«Una militante, per scelta. E poi una studentessa come le altre, che si è trovata a fare una battaglia di democrazia. Non per spirito eroico, per necessità».
Chiunque scriva di politica o di giovani, a Torino, la conosce. Perché Augusta Montaruli, 24 anni, dirigente di Azione universitaria, è un tipetto che non passa inosservato. Minuta, determinata, carismatica. Spesso la vedi con il suo inseparabile cane, Scipio («in omaggio all’inno di Mameli»). Da ieri, dopo lo scoop de La Stampa, che ha raccontato la guerriglia all’università inscenata dai collettivi autonomi per impedirle di sostenere un esame, Augusta è un personaggio nazionale, inseguita da giornali e Tg. Da quando gli autonomi l’hanno messa nel mirino, quattro anni fa, gira per i corridoi dell’università quasi sempre scortata dai suoi camerati. E ieri ha scelto di non stracciarsi le vesti, per lanciare un messaggio politico. Leggi il resto »