Il “Capo dei Capi” e l’agrodolce Sicilia
Ho visto ieri sera l’ultima puntata della replica del “Capo dei Capi”, la fiction dedicata a Totò Riina su Canale 5. Non ne avevo letto nulla per non lasciarmi influenzare dalle polemiche che accompagnano, come tafani sulla criniera d’un cavallo, qualunque opera dedicata a mafia e zone limitrofe. Lo dico con semplicità. Mi è piaciuta. L’ho trovata scabra, priva di retorica, sostanzialmente corretta nella ricostruzione storica (si tratta pur sempre di una fiction, non di un documentario!) e nello sfondo. Ma c’è di più. Ogni scena mi ha rimandato ad altre scene. Mi ha fatto rivivere alcuni momenti, perché le scene si incrociavano con la mia memoria di bambino: il rito della lettura del giornale era particolare, mio nonno era il rapsodo che leggeva a me e alla nonna, prima il Corriere poi, dalla svolta “sinistra” impressa dalla famiglia Crespi alla storica testata del moderatismo lombardo, il Giornale del fuoriuscito Montanelli. Ricordo il tono della voce, che ogni tanto si interrompeva commosso, le notizie della “guerra di mafia” che si alternavano a quelle della guerra alle Brigate Rosse. Ricordo l’assassinio di Boris Giuliano e del giudice Terranova. Ricordo, ragazzino, le immagini di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro riversi in macchina, grondanti di sangue. E ricordo le polemiche: Falcone, Borsellino, Ayala, il “corvo” di Palermo, le decisioni atroci del CSM, i veleni, le accuse di Leoluca Orlando Cascio a chi la mafia la combatteva sul serio. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Le lacrime di coccodrillo sui cadaveri di Falcone e Borsellino. Ricordo anche altro, il “dopo” cattura di Riina, le accuse folli al capitano Ultimo e lo smembramento della squadra che aveva portato all’arresto del Capo dei Capi. Insomma, la fiction ha riattivato la mia memoria, stimolato la voglia di approfondire il passato e di riprendere il filo della storia. Che è quanto dovrebbe fare un’opera “artistica”, un “romanzo storico”, sia pure televisivo.
Ora, dalla Sicilia oggi arrivano due notizie proprio brutte. La prima riguarda le polemiche che dilaniano la famiglia Borsellino all’indomani dell’offerta alla vedova del magistrato, Agnese, della cittadinanza onoraria di Salemi da parte del sindaco, Vittorio Sgarbi. La seconda è peggiore. Perché un conto sono le piccolezze umane, un altro gli atteggiamenti culturali. Ora, il presidente della Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, chiede a gran voce la conferma della convenzione tra Rai e Regione Sicilia che ha fruttato la fiction di ambientazione isolana Agrodolce: costo, 13 milioni di euro Rai e 12,7 milioni di euro del fondo europeo per lo sviluppo (!!!) destinati dalla “reggione”, per uno share del 5,5% e giudizi non proprio entusiastici della critica. Motivazioni di Lo Bello? Il 75% delle 280 maestranze , il 90% dei 220 attori minori e le 3.500 comparse sono siciliane. E poi ci sarebbero “rilevantissime” ricadute sull’indotto… Antonello Antinoro, assessore alla cultura in quota UdC, avrebbe invece chiesto al direttore Rai Cappon un’attenta valutazione tra costi e benefici prima di dare il via libera. Logico, sembrerebbe… ma il problema è che tutta la vicenda si inserisce in uno scontro al calor bianco che dividerebbe il governatore Lombardo e l’ex governatore Cuffaro, l’un contro l’altro armati: a favore il leader dell’MPA, contro “vasa vasa”. Insomma, dell’impiego di 25 milioni di euro di pubblico denaro sembra non preoccuparsi nessuno. E questa notizia è brutta quanto quella di un omicidio mafioso.
Categoria: Italia sì, Italia no |
Questa vigilia del nuovo anno è dominata, nell’animo di ciascuno di noi, dallo sgomento per le notizie e le immagini che ci giungono dal cuore del Medio Oriente. Si è riaccesa in quella terra una tragica spirale di violenza e di guerra. Una spirale che va fermata. Lo chiedono l’Italia, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, il Pontefice: sentiamo oggi, mentre vi parlo, che questo è il nostro primo dovere, riaprire la strada della pace in una regione tormentata da così lungo tempo.
Buone notizie, almeo per chi giudica sacro il danaro dei cittadini. I vertici di Alitalia in carica dal 2000 all’estate 2007 sono indagati dalla procura di Roma per bancarotta nell’ambito dell’inchiesta aperta nello scorso settembre dopo la dichiarazione di insolvenza della compagnia di bandiera. Sarebbero otto tra presidenti, amministratori delegati e direttori generali. Nel periodo preso in esame dagli inquirenti sono stati presidenti dell’Alitalia: Fausto Cereti (1996-03), Giuseppe Bonomi (2003-04), Giancarlo Cimoli (2004-07) e Berardino Libonati (2007). Gli amministratori delegati sono stati Domenico Cempella (1992-01), Francesco Mengozzi (2001-04), Marco Zanichelli (2004) e Giancarlo Cimoli (2004-07), mentre tra i direttori generali figuravano Giovanni Sebastiani e Marco Zanichelli (2003-04). Il reato di bancarotta preso in esame dagli inquirenti fa riferimento a ipotesi di distrazione e/o dissipazione. Gli accertamenti sono curati dal procuratore aggiunto Nello Rossi e dai sostituti Stefano Pesci, Francesca Loy e Gustavo De Marinis. Nei mesi scorsi, dopo l’apertura del fascicolo, sono stati acquisiti i bilanci degli ultimi dieci anni della compagnia di bandiera. Tra le operazioni all’esame degli inquirenti l’acquisizione di Volare Group, la cessione di tredici aerei di EuroFly alla F. Luxembourg, i rapporti con i fornitori, le consulenze e la politica del personale. Per esempio nel 2000 Alitalia ingloba 1.500 dipendenti di Aeroporti di Roma e sei anni dopo 700 dipendenti di Volare, ma nel frattempo la compagnia avvia una politica di esodi particolamente onerosa.
I fatti: la Corte di Giustizia di Strassburgo ammonisce l’Italia. La disparità nell’età pensionabile tra uomini (65 anni) e donne (60 anni) nel settore pubblico è una discriminazione da togliere. Altrimenti, saranno multe, multe salate. Renato Brunetta prende atto e, con coraggio, si dichiara pronto a ottemperare. In due interviste, al
Un bambino rom, anche se di soli quattro anni, che mendica insieme con la mamma, e lo fa soltanto per alcune ore e non per l’intera giornata, non è sfruttato e la mamma non può essere condannata per riduzione in schiavitù. La Cassazione ha così annullato una sentenza della Corte d’Appello di Napoli che aveva condannato Mia, una madre rom scoperta a fare accattonaggio con il figlio a cinque anni di reclusione. Penso che i nomi di questi magistrati andrebbero resi pubblici.
Confesso: sarà un residuo dei miei studi di filologia, ma cerco, per quanto possibile, di andare all’origine di citazioni, opinioni, fatti. Si scoprono, a dire la verità, tonnellate di luoghi comuni e tradizioni “distorte”, spesso ad arte, grazie anche alla scarsa memoria collettiva. Giovanni Falcone
Che brutta storia! Siamo ancora all’agibilità democratica. Un gruppuscolo di estremisti parcheggiato all’Università di Torino fa di tutto per negarla ad Augusta Montaruli, 24 anni, dirigente dei giovani di Alleanza Nazionale. Solo che non si tratta di impedire un convegno,