Concorsi: perché, quando, come

Culturalmente, ho una nota idiosincrasia nei confronti delle graduatorie per l’assunzione dei docenti. Ben vengano dunque, come annunciato dal Ministro Stefania Giannini, i concorsi pubblici “tradizionali”, unica soluzione immediatamente percorribile senza mutare (come imparò a sue spese Letizia Moratti) lo stato giuridico degli insegnanti. Non entro neppure nel merito dell’assunzione “per chiamata”, perché sarebbe una mera esercitazione accademica. Altro oggi mi preme.
Perché bandire nuovi concorsi, innanzitutto? Per tre ottime ragioni, di carattere giuridico e culturale. Leggi il resto »

Gli “scatti di anzianità” e il buon padrone. Ovvero, degli arcana imperii di un ministero.

La questione scatti spiegata (e con una modesta proposta per risolverla)

La vicenda legata al prelievo “forzoso” di 150 euro dalle buste paga del personale scolastico che aveva percepito, nel 2013, i previsti scatti di anzianità, risulta oggi “sospesa”, in attesa di una soluzione che sembra provenire da un lato dai residui del “tesoretto” Gelmini, dall’altro da un ulteriore taglio al FIS. Resta che occorrerebbe, come dichiarato dagli ex ministri Fioroni e Gelmini, modificare la norma. Non, a mio avviso, il dPR 122/2013, e in particolare l’articolo 12, comma 1, lettera b che riguarda specificamente il personale scolastico, ma la legge cui detta lettera rinvia. Leggi il resto »

Invalsi, cambiare il presidente per cambiare l’Istituto?

Il ministro Carrozza ha nominato la “commissione di saggi” che dovrà selezionare le candidature a presidente Invalsi, dopo le dimissioni di Paolo Sestito. Presieduto dal linguista ed ex ministro dell’Istruzione  Tullio de Mauro, il gruppo è composto da Benedetto Vertecchi, Clotilde Pontecorvo, Cristina Lavinio e Giorgio Israel.  Tutti docenti universitari (e questo potrà far arricciare il naso a qualcuno), ma tutti con significative esperienze nel campo della formazione dei docenti o, comunque, con un interesse spiccato verso l’istruzione, come si evince dai cv linkati anche dei meno noti, anche se a volte con sensibilità divergenti, se non divaricanti: l’attenzione per la “slow school” della Pontecorvo e per la promozione precoce dei talenti di Israel, solo per fare un esempio. Ma ciò che conta è, scartabellando per il web, comprendere come la scelta di questi nomi possa, sia pur indirettamente, influenzare il futuro dell’Istituto e se sussistono idee comuni. Ebbene, sembra proprio che le carte siano in regola per assistere a una svolta. Israel è stato in questi anni uno dei più puntuali (e “puntuti”) critici delle prove di valutazione. Vertecchi, già presidente di Invalsi, è, sia pure più garbatamente, altrettanto rigoroso e sistematico nel denunciare i limiti delle prove attuali. Nessuno tra De mauro, Pontecorvo e Lavinio può essere annoverato tra gli “invalsori”. Insomma, per ragioni diverse, a nessuno tra i “saggi” piace l’istituto così come è. Ed è difficile che si possa “pescare” nuovamente un presidente dal mondo della tecnocrazia di Bankitalia.
Ma l’assetto Invalsi è già mutato dalla presenza, quale DG, di una persona quale Lucrezia Stellacci che la scuola e l’amministrazione le conosce in ogni piccola piega e sa bene quali siano le reciproche ragioni: se dunque il nuovo presidente, chiunque sarà, saprà capitalizzare l’esperienza e le capacità della sua “donna macchina”, ne potremmo vedere delle belle.
C’è, dunque, spazio per una svolta. Sarà interessante leggere, tra pochi giorni, il bando, che darà una prima indicazione sui criteri. E sarebbe interessante riflettere, insieme, sulle possibilità di sviluppo dell’Istituto.

Superiori in 4 anni: conta il come, il dove, il chi

La riduzione a quattro anni del percorso delle superiori è un tormentone che mi perseguita dal primo giorno in cui misi piede, oramai sei anni or sono, in viale Trastevere. All’epoca, fui assalito da un Direttore generale, tra i migliori del Miur ma con il vizio dell’assertività, che mi disse che “assolutamente” bisognava accorciare di un anno i percorsi per “allinearci all’Europa”. Posto che, a me, dell’eurosbobbico non è mai importanto nulla (come del resto ad altri Paesi europei, meno provinciali del nostro), all’epoca la soluzione, pure molto sostenuta e con alcune valide ragioni, fu scartata, per preservare un impianto generale degli ordinamenti considerato meglio rispondente alla tradizione italiana. Leggi il resto »

DL 104/2013 scuola. Finito il lavoro della Commissione, la parola passa all’Aula

Ieri in nottata la VII Commissione ha concluso i suoi lavori sul DL 104/ 2013, affrontando in particolare l’articolo 15 (personale scolastico) e l’articolo 17 (dirigenti scolastici). Una precisazione preliminare va fatta: gli emendamenti sono ritirati quando, in assenza delle condizioni per farli approvare dalla Commissione, il proponente si riserva la facoltà di ripresentarli in Aula. Un emendamento respinto dalla Commissione non può essere riproposto in Aula se non attraverso riformulazioni ampie che potrebbero snaturarne la ratio, pena l’inammissibilità.

Venendo al “merito” degli emendamenti approvati, va salutata con soddisfazione l’approvazione del 15. 2, (Centemero), con una riformulazione che ha raccolto un ampio sostegno da parte dei gruppi: la realizzazione dell’area unica è progressiva, non tocca per il primo aggiornamento utile le GAE, e questo può deludere. Ma resta ferma la possibilità per l’aula di subemendare. E, almeno, da quel punto raggiunto non si dovrebbe tornare indietro. L’alternativa era il solito ordine del giorno… Leggi il resto »

DL 104/2013 scuola: il lavoro è arrivato all’articolo 14.

Tra gli emendamenti approvati mercoledì 24 ottobre, e che si riportano in calce, ce ne sono alcuni particolarmente rilevanti il 5.2, grazie al quale è demandato a un regolamento apposito lo “status” degli studenti in alternanza scuola lavoro e le condizioni degli studenti in stage, tirocinio o impegnati in attività di laboratorio, l’8-bis, che rafforza le iniziative di orientamento sull’alternanza scuola - lavoro e sull’apprendistato di alta formazione, il 14. 3, che consente “convenzioni con singole imprese o con gruppi di imprese per realizzare progetti formativi congiunti che prevedano che lo studente, nell’ambito del proprio curriculum di studi, svolga un adeguato periodo di formazione presso le aziende sulla base di un contratto di apprendistato senza oneri aggiuntivi per le università”: spiace, e si spera in una correzione, che sia presente una illegittima esclusione delle telematiche (che sono in pieno percorso di accreditamento) e soprattutto che non si sia tenuto in considerazione il settore AFAM, che comprende gli ex Conservatori, Accademie d’Arte e soprattutto gli ex ISIA (Istituti superiori industrie artistiche), che potrebbero rappresentare la punta di diamante di questa tipologia di percorsi. Spiace non sia stato approvato l’emendamento 5.1, che allargava agli altri istituti secondari le esperienze delle “aziende annesse” degli agrari.
Ecco, come di consueto, il resoconto e, in calce, gli emendamenti approvati. Leggi il resto »

DL 104/2013 scuola. Gli emendamenti approvati nella seduta di martedì 22

Ecco gli ultimi emendamenti approvati dalla Commissione VII al testo del DL 104/2013, concernenti l’INGV e la valutazione da parte dell’ANVUR. Oggi il dibattito dovrebbe entrare nel vivo, con la discussione sulle coperture e sugli emendamenti accantonati. Qui il resoconto.

ART. 23.

Al comma 1, sostituire le parole: Fondo di finanziamento degli enti o del Fondo di finanziamento con le seguenti: Fondo ordinario per gli enti di ricerca o del Fondo per il finanziamento. Leggi il resto »

Dell’Invalsi e della formazione coatta. Note a margine

Orizzonte Scuola punta lo sguardo sulla messe di emendamenti volti a modificare l’articolo 16 del DL 104/2013 nella parte in cui prevede la formazione obbligatoria dei docenti in caso di esiti particolarmente negativi della prova Invalsi, emendamenti, a partire dal 16. 19 Chimienti (M5S), accantonati in attesa di un riesame. Siccome non sono annoverabile né nel campo dei così detti “invalsori” né in quello degli “anti invalsori”, cerco di fissare alcuni principi. Leggi il resto »

TFA e PAS: alcuni puntini sulle “i”

Un passaggio, dedicato ad abilitazioni e reclutamento, della video intervista rilasciata dal ministro Carrozza al forum di Repubblica.it ha animato il dibattito sul web. E non a caso, visto che la formazione degli insegnanti e le procedure di assunzione sono, da sempre, il “cuore” del “problema scuola”, in Italia come nel resto dei mondo. Luigi Einaudi sottolineava, a ragione, come nessuna riforma potesse raggiungere i suoi obiettivi senza affrontare le “capitalissime questioni” degli esami e del reclutamento degli insegnanti, poiché “ogni perfezione di struttura è vana se gli studenti non sono invitati a studiare bene e i professori sono scelti con metodi non buoni”. Parole sante. E mettiamo tra parentesi come per molti lustri, salvo eccezioni, gli studenti siano stati invitati, più o meno velatamente, a “non studiare”… per fermarci sui “metodi non buoni” di scelta degli insegnanti. All’epoca, tra l’altro, non sussisteva nessun automatismo di procedura, i concorsi di abilitazione e quelli a cattedra (ben distinti) si tenevano regolarmente, e caso mai la questione risiedeva in un accademismo spinto, da cui si salvava solo la radicata tradizione delle “scuole normali” e degli insegnanti dell’allora scuola elementare.

Ha ragione dunque il ministro ad affermare che “il TFA è il tema della scuola”. Ma  rispetto alle dichiarazioni del ministro, “la legge morale che è in me” mi impone di fare un paio di precisazioni e di sottoporre alcune questioni. Chi ha fatto il TFA non ha “pagato” per l’abilitazione, ma ha passato un vaglio durissimo in accesso, durante il percorso e alla fine, se è vero, come è vero, che alcuni candidati sono stati bocciati. Chi ha fatto il TFA spesso aveva alle spalle anni e anni di servizio, e “onorato servizio”, visto che ha dimostrato sul campo di aver coltivato le proprie competenze e conoscenze disciplinari ben oltre il “minimo”. Chi ha fatto il TFA (basta guardare le due note ministeriali che contengono ampi stralci a ciò dedicati) ha spesso (anzi, è stata più o meno la norma) compiuto salti mortali per frequentare il percorso e, contemporaneamente, insegnare. Chi non ha fatto il TFA, nella grandissima parte dei casi, non ha “scelto di continuare ad insegnare”, ma più banalmente è stato respinto alle prove di accesso. La dicotomia tra giovani e imberbi laureati e insegnanti che hanno mandato avanti la baracca non è corretta, e chi l’ha suggerita al ministro è stato pessimo consigliere. E la mia non è una opinione, ma un dato di fatto che deriva dalla lettura dei dati a disposizione e risulterebbe evidentissimo se fosse stato svolto il previsto monitoraggio. Per un anno ho seguito quotidianamente le sorti del TFA, le gioie e i dolori, i problemi che via via mi sono stati posti grazie a un costante rapporto via web e che, anche grazie al continuo e serrato confronto con i vertici dell’amministrazione (Stellacci, Chiappetta, Livon), sono stati spesso risolti.

E veniamo alle questioni. Primo, la convivenza tra due procedure di abilitazione, che si dovrebbe verificare nei prossimi due o tre anni accademici, è una scelta che è stata compiuta dal Ministro Profumo e confermata dal suo successore. Non entro nel merito, ma è importante avere chiaro che esiste un percorso ordinamentale di abilitazione, la cui durata è indefinita nel tempo, e un percorso riservato “una tantum” destinato ad esaurirsi.

Seconda questione, esistono delle legittime aspettative, a oggi, che sono il portato di norme in vigore. Piaccia o non piaccia, esistono 60.000 persone che attendono la partenza di percorsi a loro riservati e altre decine di migliaia di persone che chiedono solo di poter affrontare le prove di accesso al II ciclo di Tirocinio formativo attivo. Aggiungo che la sospensione della SSIS (X ciclo) fu decisa dal Parlamento, unico organo deputato a interrompere il principio della continuità delle procedure, in via definitiva, il 5 agosto 2008, dunque in tempo utile a consentire agli aspiranti scelte alternative.

Terza questione, non meno rilevante e collegata alla precedente. Non mi stancherò di ripetere che la sospensione del X ciclo SSIS fu un errore, condotto in buona fede e con le rassicurazioni di parte dell’amministrazione che il nuovo percorso sarebbe stato pronto per l’anno accademico successivo. In buona fede, ribadisco, ma pur sempre un errore. Si sarebbe dovuto procedere come per Scienze della Formazione Primaria, che si riuscì a salvare all’ultimo momento anche grazie agli allora capi-dipartimento Masia e Cosentino, garantendo quella continuità che è venuta a mancare per la secondaria con conseguenze gravi e ricadute sul concorso, stante la decisione di Profumo di bandirlo anche per la secondaria senza attendere la conclusione del I ciclo di TFA.

Oggi farei di tutto per non far ripetere quell’errore. Bloccare delle procedure in attesa di elaborare quelle nuove sarebbe catastrofico. E peggio mi sento, se la decisione fosse di stoppare le procedure ordinarie per dare il via libera solo a quelle riservate, nel solco di una tradizione italica non certo commendevole.

TFA secondo ciclo, ecco quel che servirebbe…

Sono in molti ad attendere, “virtuosamente”, come rilevato da una ex “tieffina”, che sia bandito il secondo ciclo  del percorso ordinamentale di abilitazione. Ma il TFA, per poter essere attivato, richiede alcuni passi amministrativi. Il primo, la richiesta di autorizzazione sul contingente di posti, è stato compiuto dal MIUR il 7 agosto, e si spera che l’atteso e ad oggi previsto parere del MEF e di Funzione pubblica non si faccia ancora attendere. Ma, nel frattempo, occorreva e occorre mettere mano ad altri provvedimenti, senza i quali il II ciclo non può essere avviato.

Due atti sono tra loro collegati: si tratta della richiesta dell’”offerta formativa universitaria” (ovvero, quanti posti e per quali classi di concorso gli atenei e, per i bienni, le istituzioni AFAM, si dichiarano disponibili) e un contestuale provvedimento che fissi i requisiti di attivazione. La pratica non sarebbe di per sé laboriosa. La prima è una comunicazione amministrativa, il secondo è un decreto ministeriale di quelli che chiamo “simplex” (”decreto avente natura non regolamentare”), e che cioè non richiede particolari passaggi, ma solo la firma del ministro e la pubblicazione in Gazzetta. Il decreto non è secondario, anzi. Perché consentirebbe di risolvere, alla luce di quanto successo nella prima attivazione, alcuni nodi che è risultato difficile sciogliere in corsa, e che in alcuni casi sono rimasti, stante “l’autonomia universitaria”, avviluppati: la valutazione in itinere, ad esempio; il termine entro il quale chiudere le procedure, aspetto quest’ultimo delicatissimo, visto che il prossimo anno cade l’aggiornamento delle graduatorie; i requisiti QUALITATIVI per l’apertura dei corsi, sulla scorta di quanto già sperimentato per Clil e Sostegno, che potrebbero impattare  su docenza e contenuti del percorso in maniera tale da garantire uno standard elevato e profili in uscita omogenei.

Il terzo provvedimento, che è sempre un decreto ministeriale, riguarda i contenuti e, in parte, le modalità delle prove di selezione.
Le modifiche del 249/2010 hanno, infatti, riscritto il comma 5 dell’articolo 15:
“5. Le università e le istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica che istituiscono corsi di tirocinio formativo attivo curano lo svolgimento della relativa prova d’accesso. La prova, che mira a verificare le conoscenze disciplinari relative alle materie oggetto di insegnamento della classe di abilitazione, si articola in un test preliminare a carattere nazionale, in una prova scritta e in una prova orale. I programmi delle prove e le modalità di svolgimento del test preliminare sono definiti annualmente con uno o più decreti del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca”.
Se per i contenuti non resta che rifarsi ai programmi concorsuali, del resto in parte innovati, resta il nodo della prova preselettiva. La nuova formulazione lascia al ministro la scelta sulla tipologia del test preliminare. La discrezionalità, però, non è senza vincoli. Anno per anno, il decreto deve:
a) fissare la data del test preselettivo (il “carattere nazionale”)
b) stabilire i programmi relativi al test e alle prove scritte e orali, di carattere disciplinare.
Il decreto può invece, di anno in anno:
a) optare per un test preselettivo unico, che contempli domande relative alle singole discipline, “alle competenze linguistiche e alla comprensione dei testi” ai sensi dell’art. 15 comma 7.
b) optare per demandare agli atenei, anche consorziati tra loro, la predisposizione degli item, limitandosi ad indicarne il numero complessivo il numero di item dedicati alle competenze linguistiche e di comprensione dei testi.
La soluzione più opportuna appare, visti anche i tempi, la seconda, procedendo contestualmente alla predisposizione di una banca dati di quesiti, opportunamente certificata e controllata, da utilizzare per i bandi successivi.

Ultimo, ma non ultimo, il decreto sui tutor, anch’esso in notevole ritardo, che potrebbe prevedere, stante l’invarianza di spesa, la conferma del contingente attuale.