Reclutamento, ci metto “del mio”/1

“Nelle more”, come si dice in questi casi, delle decisioni del governo in materia di reclutamento del personale docente, provo a buttare giù un paio di proposte che, senza grandi sconvolgimenti, potrebbero aiutare a fare un poco di ordine, distinguendo i vari piani (legge, decreto) e i vari ambiti (ruolo/supplenze) di intervento. La parola d’ordine, per me, è “ordinarietà”. Prosastica, ma efficace. Perché quello che dobbiamo al mondo della scuola sono regole certe e durevoli. Mi fermo per il momento al “ruolo”, rimandando il tema supplenze a una successiva puntata.

Sul reclutamento, la prima considerazione riguarda la “platea” cioè, detto in soldoni, il numero di posti da coprire con personale a tempo indeterminato. Ho visto, in queste settimane, dare parecchi numeri, e usare un termine che, mi permetto, sarebbe il caso di non utilizzare: e cioè “assunzioni straordinarie”. Quello di cui hanno bisogno le istituzioni scolastiche e tutti coloro che aspirano a un posto da insegnante, da ATA, da DS è “l’ordinarietà”. La stessa ordinarietà senza la quale la giustizia europea rischia di calare sull’Italia come la spada di Brenno sulla bilancia. Bene. I numeri degli organici (docenti, docenti SOS e ATA) sono fissati per legge , il computo dei DS e dei relativi DSGA, una volta che anche le regioni più riottose hanno accettato un dimensionamento “standard”, è semplice. Come già avvenuto per i docenti di sostegno, basta stabilire innanzitutto per legge la copertura di tutti i posti vacanti e disponibili del personale docente e ATA, attraverso una norma, già più volte proposta: 

«In esito a una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 20XX/20XX, ad assumere a tempo indeterminato personale docente, educativo e ATA per la copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui alle dotazioni organiche del personale, individuate ai sensi dell’articolo 19, comma 7, del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111»

Quanto al loro “numero”, basta intervenire, nel corso del tempo, sull’articolo 19, comma 7, del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98. Si vuole passare all’organico di “rete”, di istituto o quant’altro? lo si faccia… ma ogni intervento deve trovare la sua sede. Scindere la questione in due aiuta a trovare soluzioni.

Definita la platea, si passa al “come”. Dagli anni ‘70, il doppio canale è “il” sistema. Il Ministro Fioroni ne ha decretato la morte, sia pure “dilazionata” nel tempo, chiudendo le graduatorie permanenti e mandandole ad esaurimento. E partiamo proprio dalle GAE. La loro stessa esistenza è una “tentazione”: banalmente, a riaprirle, oppure a favorire chi da lustri vi è “rinchiuso”, specie se prodotto da scelte politico-burocratico-sindacali (i “riservati” 2000 e 2005), con responsabilità trasversali. La scelta è, sulla carta, netta: o si aboliscono, assegnando a chi vi è inserito una riserva pari al 50% dei posti messi a concorso, cosa che seppure in astratto possibile sul piano meramente tecnico sarebbe IMPOSSIBILE sul piano politico parlamentare; oppure si lasciano intatte; oppure si compiono due operazioni di manutenzione che potrebbero aiutarne un più rapido esaurimento. Quando parlo di operazioni di manutenzione, mi limito al “tecnicamente possibile”, lasciando da parte il “suggestivo ma incostituzionale”.

Si possono compiere due operazioni, dicevo: la prima attraverso una norma, la seconda attraverso un decreto del Presidente della Repubblica.
Attraverso una norma di riscrittura dell’art. 401 del Testo Unico, si possono REGIONALIZZARE le graduatorie ad esaurimento e creare anche, per incrocio, una graduatoria nazionale “di ripescaggio” cui attingere nel caso di esaurimento della GAE in una regione per uno specifico posto o classe di concorso, su base volontaria e dunque senza che la rinuncia a un ruolo da “ripescaggio” comporti l’esclusione dalle graduatorie.
La stessa graduatoria “di ripescaggio” potrebbe essere istituita a livello di concorso a cattedra, modificando l’articolo 400 del Testo Unico.

Attraverso dPR, si può procedere celermente a definire le nuove classi di concorso, rispettose degli attuali ordinamenti didattici, con norme che disegnino uno “stacco netto” tra vecchio e nuovo ordinamento, preservando le aspettative del personale collocato in GAE, ma senza pregiudicare la qualità della didattica. L’effetto sarebbe di eliminare molte “distorsioni” e alcuni arbitri prodotti dall’attuale regime di “utilizzazioni” e “confluenze” (per non parlare della trattazione su diversi codici dei percorsi oramai confluiti in un’unica istituzione scolastica: unificarli sarebbe cosa buona e giusta), oltre a riassorbire una parte consistente di esuberi.

E passiamo ai “concorsi”. Lo strumento c’è già, ed è la delega Fioroni, attraverso la quale è possibile stabilire concorsi biennali, da bandire con termini tassativi e non meramente ordinatori.

Modifica finale, che riguarda entrambi i “canali”, riguarda il trascurato e negletto “anno di formazione e di prova”, da riformare riattribuendogli la necessaria serietà, attraverso una riscrittura dell’articolo 440 (e coordinati) del Testo Unico che riguardi anche i passaggi di cattedra e di ruolo; la permanenza nelle sedi ove si è svolto l’anno di prova, per un periodo di anni congruo, con disposizioni atte a garantire, per quanto possibile, la continuità didattica nelle classi.

Non è certamente tutto, ma mi sembra una buona base di lavoro. Il dibattito è aperto.

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