Concorsi: perché, quando, come

Culturalmente, ho una nota idiosincrasia nei confronti delle graduatorie per l’assunzione dei docenti. Ben vengano dunque, come annunciato dal Ministro Stefania Giannini, i concorsi pubblici “tradizionali”, unica soluzione immediatamente percorribile senza mutare (come imparò a sue spese Letizia Moratti) lo stato giuridico degli insegnanti. Non entro neppure nel merito dell’assunzione “per chiamata”, perché sarebbe una mera esercitazione accademica. Altro oggi mi preme.
Perché bandire nuovi concorsi, innanzitutto? Per tre ottime ragioni, di carattere giuridico e culturale. Per il rispetto dei principi costituzionali, che individuano nel concorso lo strumento principe per la selezione e la valorizzazione del merito a parità di condizioni; per il rispetto del Testo unico, che prevede la periodicità (oggi triennale) delle procedure e la ripartizione equa delle assunzioni tra graduatorie di merito e graduatorie per titoli (tali sono le GAE); per rispetto delle direttive europee, che impongono la spendibilità dei titoli acquisiti per l’esercizio delle professioni, una spendibilità che può anche non essere immediata, ma che la normativa nazionale deve inderogabilmente prevedere e cadenzare con razionale regolarità. Mi sembra che su questi tre pilastri difficilmente si possa eccepire. Le motivazioni contrarie, pur comprensibili, non mi appaiono valide rispetto all’economia generale del sistema, che va ripristinata nella legalità: non si possono tenere fuori dalle istituzioni scolastiche potenziali ottimi insegnanti solo sulla base di un criterio di data di nascita (perché violerebbe il principio di parità di accesso al pubblico impiego); non si può addurre a scusante l’eventuale sussistenza, nelle procedure, di arbitri o veri e propri reati, da denunciare e perseguire per legge; non si può, culturalmente, ridurre l’accesso alla professione (e che professione!) allo scorrimento di una avvilente coda.
Quanto al “quando”, come ho ricordato più volte, non c’è bando che possa infrangere norme di rango primario: dunque, per la prossima tornata, alla scadenza dei tre anni dal bando precedente. Ogni anticipazione, sulla base della giurisprudenza, potrebbe basarsi solo su un mutamento di regole (ad esempio, se già si fosse provveduto non dico a redigere, ma ad emanare il regolamento previsto dalla “delega Fioroni”) o su un mutamento della “qualità” dei posti da bandire, quale si sarebbe manifestato se fosse stata approvata una nuova disciplina, realmente innovativa, delle classi di concorso. Condizioni che non si sono, come è noto, realizzate.
E veniamo al “come”, argomento delicatissimo. Primo, occorre dare certezze ineludibili e inequivocabili sulla procedura del 2012. Non entro nel merito (l’ho fatto più volte, sin troppo) del mancato scorrimento della graduatoria concorsuali. Ma i ritardi con cui si sono a volte concluse (o addirittura si stanno concludendo) o le previsioni errate sulle immissioni in ruolo NON possono, in alcun modo, pregiudicare i diritti soggettivi e le legittime aspettative di chi è entrato nel novero dei vincitori. Tutelarli è giuridicamente semplicissimo (basta una sottrazione), ma va inequivocabilmente detta una parola di certezza “politica”.
Sul resto, ci sono due strade. La prima, apparentemente più semplice, può ripercorrere la via del concorso 2012, con le correzioni rese necessarie dall’esperienza (a partire da una ridefinizione della tabella titoli, che diversi grattacapi ha provocato a commissioni e candidati) e dalle sentenze della magistratura amministrativa, e penso soprattutto al Consiglio di Stato, visti i pareri a volte contrastanti dei TAR. E’ una strada con una certezza (il concorso resterebbe triennale), il gusto “dell’usato sicuro”, sia pure da mettere a punto, e con molti scogli, visti i vincoli difficilmente trascurabili e a volte desueti posti dal Testo unico. La seconda, per la quale sussistono, in pieno, i tempi tecnici di realizzazione, prevede di adottare il regolamento ministeriale sulla base della “delega Fioroni”: decisamente mal scritta (è la stessa da cui è nata la formazione iniziale docenti), perché costruisce una strana via di mezzo tra un decreto del Presidente della Repubblica, senza poter abrogare norme e senza indirizzi parlamentari, e un decreto regolamentare adottabile dal ministro, ma che richiede una sfilza di pareri, oltre a limitare l’ìmpatto alle “procedure”, che negli altri ministeri sono disciplinate da semplici decreti direttoriali. Ma, decisamente, meglio di niente: c’è la possibilità di snellire l’iter, di liberarsi di disposizioni obsolete, di fissare per norma cadenze precise, di spazzare un poco di possibile contenzioso, magari di definire, una volta per tutte, il problema dei titoli di accesso. Soprattutto, si abbraccerebbe quella biennalità che a lungo, prima dei nefasti anni ‘70, ha garantito ai capaci e meritevoli un rapido e stabile accesso alla professione. Il che non è poco.

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