Il pasticcio della reiterazione delle supplenze, una vera bomba ad orologeria per viale Trastevere

ItaliaOggi, 25 febbraio 2014
di Max Bruschi*
Nell’austero palazzo di viale Trastevere, sede del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, c’è una bomba a orologeria. Che fa tic tac, tic tac, nell’attesa di chi vorrebbe disinnescarla e non può, di chi prega che svapori all’alba, come se fosse un brutto sogno, o aspetta con fatalismo che esploda, sperando in danni limitati, o che faccia cilecca. Il detonatore potrebbe scattare il 27 marzo, quando la Corte di Giustizia Europea  sarà chiamata a rispondere (tra le altre, ma è la questione principale e dirimente) alla seguente domanda postale dalla Corte Costituzionale con l’ordinanza 207/2013: è lecito o non è lecito ai sensi del diritto comunitario, che vieta, per direttiva e giurisprudenza, l’abuso di contratti a termine, coprire posti «vacanti e disponibili» con contratto a tempo determinato «senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi»?

Domanda cui ha già risposto la Commissione europea, depositando osservazioni che metterebbero in allarme anche il più distratto dei lettori. Se la CGE dovesse sancire l’incompatibilità delle norme italiane sul comparto scuola con la legislazione comunitaria, in verità, non si determinerebbe l’assunzione in massa dei ricorrenti, come qualcuno propaganda. La palla tornerebbe alla Corte Costituzionale e poi ai tribunali del lavoro, che potrebbero «andare alla grossa», senza distinguere tra le varie tipologie di contratti e di situazioni, comminare salatissimi risarcimenti e solo al limite, e forse in maniera spericolata, perché in deroga alla Costituzione, imporre assunzioni. Il danno al pubblico erario sarebbe enorme. La soluzione forse c’è, ma il tempo a disposizione è davvero poco. Il ministro avrà giusto il tempo di giurare e agire, o affidarsi all’italico stellone.

Occorrerebbe procedere per decreto legge, e subito. Fatta la revisione dei cicli scolastici (era comprensibile che ci fossero remore ad assumere a tempo indeterminato su posti dovuti a una sperimentazione che tutti i ministri, da Luigi Berlinguer in poi, avevano intenzione di «sbaraccare»), l’organico di diritto è fissato per legge.

Con un poco di coraggio, si potrebbe anche varare il regolamento sull’organico di rete, rimasto lettera morta. Ma va superata la logica dei «piani straordinari», che rischiano di rappresentare, agli occhi della CGE, un’aggravante e va battuta la strada aperta dal decreto legge 104/2013 sui posti di sostegno, destinati ad essere progressivamente coperti con contratti a tempo indeterminato: basta estendere la stessa disposizione al personale docente e Ata. Con chiarezza, tempi certi, senza furbizie e cadenzando con precisione le procedure concorsuali, per evitare ulteriori guai dovuti alla mancata spendibilità dei titoli di abilitazione da parte degli esclusi dalle GAE: «In esito a una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 2014/2015, ad assumere a tempo indeterminato personale docente, educativo e ATA per la copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui alle dotazioni organiche del personale, individuate ai sensi dell’articolo 19, comma 7, del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. Alle assunzioni si procede attingendo per il 50% attraverso lo scorrimento delle graduatorie permanenti di cui all’articolo 401 del Testo unico delle leggi sulla scuola, per il 50% attraverso l’indizione di concorsi per titoli ed esami con cadenza biennale, riservati a docenti abilitati ai sensi della normativa vigente. Ai candidati inseriti nelle graduatorie di merito di concorsi antecedenti alla data di emanazione del presente decreto legge, è riconosciuto il titolo di abilitazione». Al Minosse comunitario, forse potrebbe bastare. Dum Romae consulitur, o vogliamo intervenire?

*dirigente tecnico del Miur

Gentile Ministro Carrozza, La prego: poi dica di no, ma almeno ascolti.

Gentile Ministro Carrozza, “a chi vuole sapere del stiamo aspettando da dicembre il via libera sul regolamento dal MEF, dalla funzione pubblica e dal CDS”. Questo Suo tweet ha rappresentato una “doccia fredda” per decine di migliaia di aspiranti, giovani e meno giovani, in attesa di potersi, come detto da una amica che il TFA l’ha brillantemente fatto, “abilitare virtuosamente”. E, aggiungo, faticosamente e con merito. Aspettavano, come da Lei assicurato, il bando per febbraio (termine temporale un poco stretto, ma nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire su un ritardo tecnico) e ora assistono a un improvviso e imprevisto stop.

Ora, i casi sono due. O Lei ha, come nelle Sue prerogative, deciso di non bandire il II ciclo di TFA per il prossimo anno accademico; oppure qualcosa, nella “catena” ministeriale, non sta funzionando a dovere.

La prima decisione, e cioè attendere le modifiche al 249/2010, comporta infatti un iter lungo, che più volte ho vissuto in prima persona, quando, oggi ispettore, ero consigliere del ministro Gelmini: parere del Consiglio di Stato (sempre che il decreto sia stato trasmesso, e non giaccia su qualche scrivania), che ha un mese di tempo, salvo rilievi (che ci sono sempre) che fanno perdere altri mesi (al minimo uno: di media due, se l’Amministrazione trotta); parere delle commissioni parlamentari competenti (altri due mesi), redazione definitiva, inoltro alla Corte dei Conti per la registrazione (minimo un mese, ma di solito di più, salvo rilievi), pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. E poi i bandi, l’apertura dell’offerta formativa, etc. etc. Si andrebbe ad anno accademico 2014/2015 inoltrato: a quel punto gli Atenei non potrebbero che rinviare il tutto al 2015/2016. E tutto questo per la seguente modifica, l’unica, tra le tre previste, ad avere un impatto sui percorsi: la previsione di una “graduatoria nazionale”, norma che, così come è stata redatta, rappresenterebbe la gioia per gli avvocati d’Italia, perché NON è possibile fare una graduatoria nazionale su prove, in buona parte (e non potrebbe essere altrimenti) demandate agli Atenei. Le chiedo, e mi chiedo: ne vale la pena? Se Lei si pone il problema degli “idonei”, la situazione può essere risolta, tramite una sorta di “ripescaggio”, attraverso un decreto ministeriale, che non necessita di nessun passaggio e di nessun concerto. Tempo di redazione: un paio di ore. Se invece non vuole bandire in assoluto, lo dica, spiegandone le ragioni. Sarebbe, a mio avviso, un errore, come già fu un errore, sia pure in buona fede, e lo riconosco, l’aver sospeso le SSIS senza che il nuovo percorso fosse pronto. Ma tutti si metterebbero il cuore in pace. Faccio sommessamente rilevare il paradosso per cui, nei prossimi anni, gli unici abilitati sarebbero coloro i quali, in virtù del servizio, avranno frequentato i “percorsi speciali”, anteponendo così una sanatoria (che non discuto: la norma c’è) a un percorso ordinamentale; oppure coloro i quali acquisiranno le abilitazioni all’estero, magari acquistandole con procedure on-line per il tramite di compiacenti mezzani. Non penso che le nostre istituzioni scolastiche, gli studenti ignari e le loro famiglie si meritino questo. E non penso se lo meritino i laureati in attesa.

La seconda ipotesi, quella di un ingorgo ministeriale, non me la so spiegare. La procedura di attivazione del TFA la conosco come le mie tasche (banalmente, perché ho scritto i provvedimenti, testo del 249 e decreti di attuazione: quasi dalla A alla Z). La tempistica e i provvedimenti necessari, anche in versioni diverse, sono pronti (alcuni, da un anno). Basta riesumare il parere del MEF sui numeri, rimboccarsi le maniche e potremmo avere le prove di ammissione a giugno/luglio, l’inizio dei corsi a settembre, in perfetta coincidenza con l’anno accademico e scolastico. I decreti in bozza sono qui, nella mia “chiavetta”. Glieli posso portare di persona, a Roma, oggi stesso, rifacendo il percorso che, da sei anni, faccio ogni lunedì e martedì che Dio manda in Terra per servire, dalle retrovie, il MIUR, dopo essere stato sul ponte di comando. Posso modificarli sotto sua dettatura, stravolgerli (purché reggano normativamente: altrimenti, direi di no, come ho sempre fatto e come ritengo sia dovere di ogni tecnico fare). Insomma, tutto quello che vuole.

A me non ne viene nulla in tasca. Anzi, scrivendole corro magari qualche rischio. Ma ci sono cose che, in coscienza, vanno fatte. Se non provassi a compiere anche questo tentativo, non potrei più guardare in faccia i mie studenti all’università, le tante persone che, in questi anni, hanno trovato in me un interlocutore che, se non altro, prova a rispondere e a dare un volto all’Amministrazione, spiegandone le scelte anche quando non le condivide. O a modificarle, quando le ritiene ingiuste.