Contratti dei docenti oltre i 36 mesi: tempus fugit

E’ attesa per luglio la sentenza della Corte Europea (CEDU) per la supposta infrazione alla direttiva UE sul divieto di reiterazione dei contratti a tempo determinato del comparto scuola. La procedura, come è noto, è stata innescata dall’ordinanza della Corte Costituzionale 207/2013,  la quale:
“1) dispone di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, in via pregiudiziale ai sensi e per gli effetti dell’art. 267 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, le seguenti questioni di interpretazione della clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE:
– se la clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE debba essere interpretata nel senso che osta all’applicazione dell’art. 4, commi 1, ultima proposizione, e 11, della legge 3 maggio 1999, n. 124 (Disposizioni urgenti in materia di personale scolastico) – i quali, dopo aver disciplinato il conferimento di supplenze annuali su posti «che risultino effettivamente vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre», dispongono che si provvede mediante il conferimento di supplenze annuali, «in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale docente di ruolo» – disposizione la quale consente che si faccia ricorso a contratti a tempo determinato senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi e in una condizione che non prevede il diritto al risarcimento del danno;
– se costituiscano ragioni obiettive, ai sensi della clausola 5, punto 1, della direttiva 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE, le esigenze di organizzazione del sistema scolastico italiano come sopra delineato, tali da rendere compatibile con il diritto dell’Unione europea una normativa come quella italiana che per l’assunzione del personale scolastico a tempo determinato non prevede il diritto al risarcimento del danno”.

Il mio modestissimo parere di ispettore di provincia, con qualche dimestichezza col diritto, è che in assenza di “fatti nuovi”, difficilmente la CEDU potrebbe allontanarsi da un orientamento giurisprudenziale alquanto consolidato e severo, passando alla Suprema Corte un pallone destinato ad andare in goal con effetti fragorosi, potenzialmente ben oltre ciò che sarebbe desiderabile per la stabilità del sistema e per ciò che sarebbe, anche eticamente, giusto.

Il nodo posto è netto, ed è il primo dei punti sottoposti a Strassburgo: è lecito o non è lecito ai sensi del diritto comunitario (al di là di ogni altra considerazione) coprire posti “vacanti e disponibili” con contratto a tempo determinato “senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi”? Sottolineo il “posti vacanti e disponibili”, perché non è infrequente la rivendicazione di diritti giuridici per contratti che sono, senza il minimo dubbio, i fisiologici contratti di supplenza, anche più volte reiterati, assegnati per coprire posti provvisoriamente vuoti.
La domanda è retorica, e la risposta potrebbe spazzare via alcune imbarazzanti situazioni che vedono contrapporsi gli interessi del comparto e le “cautele” del MEF.

Ma sarebbe il caso di procedere, immediatamente, per via normativa. La situazione, in effetti, oggi è chiara. Fatta la revisione dei cicli (ed era comprensibile che, nelle more ultradecennali della stessa, ci fosse qualche remora ad assumere a tempo indeterminato su posti dovuti a una sperimentazione che tutti i ministri, da Berlinguer in poi, avevano intenzione di “sbaraccare”), il “nocciolo” dell’organico di diritto è fissato per legge. Con un poco di coraggio, si potrebbe anche varare il regolamento sull’organico di rete, rimasto al rango di “norma bandiera”.
Ma va superata con decisione la logica dei “piani straordinari”, che rischiano di rappresentare, agli occhi della CEDU, una aggravante. E va perseguita con decisione la strada intrapresa, almeno in parte, con il decreto legge 104/2013 per quanto riguarda i posti sul sostegno, estendendo la stessa, identica disposizione al personale docente e Ata, nei limiti definiti dalla legislazione vigente. Con chiarezza, certezza di tempi, senza furbizie.
La norma è già pronta. Si tratta dell’emendamento Centemero, inopinatamente “cassato” dal Parlamento, all’articolo  15 del DL 104:

““1. Per garantire continuità nell’erogazione del servizio scolastico ed educativo e conferire il maggior grado possibile di certezza nella pianificazione degli organici della scuola, in esito a una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 2014/2015, ad assumere a tempo indeterminato personale docente, educativo e ATA, con particolare riferimento agli assistenti tecnici di laboratorio, a copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui alle dotazioni organiche del personale, individuate nei limiti di quanto previsto dal comma 7 dell’articolo 19 del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni , dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, ferma restando la procedura autorizzatoria di cui all’articolo 39, commi 3 e 3-bis, della legge 27 dicembre 1997, n. 449.”

Dum Romae consulitur, o vogliamo intervenire?

Graduatorie provinciali per le supplenze? Volendo, si può fare. Ecco come

Si torna a parlare delle “graduatorie provinciali per le supplenze”, una eventualità cui avevo accennato  nell’intervista rilasciata a Orizzonte Scuola. Ora, è il momento di approfondire. Sono fattibili? Secondo me, sì. Vediamo come. Leggi il resto »

TFA II ciclo: eppur si è mosso. Ma che cammini bene…

La buona notizia (meglio tardi che mai), è che il II ciclo del Tirocinio formativo attivo, il percorso ordinamentale finalizzato all’abilitazione dei docenti, partirà.
Buona notizia, innanzitutto, per coloro i quali erano in attesa di abilitarsi “virtuosamente” e che temevano, a ragione, di essere stati totalmente dimenticati in favore di altri soggetti (e più non ci appulcro). Ma buona, anzi, ottima notizia, se l’avvio del II ciclo significasse la stabilizzazione delle procedure di abilitazione, da bandirsi costantemente, ogni anno, perché ci si troverebbe di fronte a quella “continuità” di procedure che differenzia una amministrazione statuale civile rispetto alla concessione, una tantum,  di “benefici” dal sapore feudale. Il che non conculca (ci mancherebbe!) la possibilità di modifiche ai percorsi: ma già se la regola tra gentiluomini fosse di far proseguire senza indugi quel che c’è, in attesa di ciò che verrà, avremmo fatto un bel passo avanti sulla strada della civiltà giuridica.

Dopo le buone notizie, ce ne sono altre che inducono, però, a qualche riflessione. Primo, l’indicibile ritardo di avvio dei percorsi rende necessario una revisione delle procedure e una scelta che garantisca tempi certi, per il futuro, a tutela delle aspettative e dei progetti di vita dei singoli aspiranti. Se il primo ciclo già era partito, complice il mutamento al governo, in ritardo, anche il secondo ha subito la stessa sorte: ma ciò lede quel principio della continuità degli atti e delle procedure che è il crisma di una amministrazione moderna, efficiente ed efficace.

Secondo, il 249/2010 prevede un monitoraggio dei percorsi, al fine di affinare, in corso d’opera, le procedure di attivazione e di svolgimento e, se del caso, sanzionare le inadempienze (e pure ce ne sono state). I percorsi fuori controllo sono un danno, per tutti. Innanzitutto per chi aspira a una formazione seria e rigorosa, e non può trovarsi di fronte a varie, disdicevoli “italianate”.

Terzo, in attesa che si perfezionino gli atti “propedeutici” al bando (innanzitutto, che arrivi finalmente il parere del MEF sui contingenti), occorre approntare una “lista della spesa” tale da consentire a tutti i soggetti coinvolti (in primis, gli ASPIRANTI, ma gli atenei, le istituzioni scolastiche, la stessa amministrazione) di arrivare preparati all’evento, facendo tesoro di quanto successo in passato. Occorre, dunque,

  1. aggiornare il provvedimento di istituzione dei percorsi, che potrebbe prevedere requisiti più stringenti  (ad esempio, le convenzioni con le istituzioni scolastiche, per impedire lo sconcio di percorsi attivati in assenza di possibilità di tirocinio: come successo per il Cinese; curriculum adeguati per la direzione del corso, norme stringenti sulla valutazione e sulla chiusura dei corsi) e chiarire tutti i dubbi interpretativi che, nel corso del I ciclo, furono risolti in corso d’opera con apposite direttive, ma a volte ai limiti se non oltre il tempo utile (ad esempio, la tempistica dell’apertura e della chiusura dei corsi), e aprire, sulla base di quel decreto, l’offerta formativa degli atenei.
  2. chiarire se la prova preselettiva, le cui caratteristiche NON sono mutate (prova disciplinare e sulle competenze di lingua italiana), sarà nazionale o demandata agli atenei e, in tutti i casi, stabilire un “syllabus” per la predetta prova;
  3. prevedere, elencando i casi, preselettive di ambito sulle discipline comuni e, in alcuni casi, penso alle CdC con cascata verticale “diretta”, come le lingue, l’educazione motoria, etc., di rendere comuni anche le prove selettive e i percorsi, magari distribuendo le ore di tirocinio e di didattica in modo da coprire la formazione sul primo e sul secondo ciclo;
  4. prestare attenzione alle modalità di recupero nazionale di posti residui (i casi in cui in un ateneo ci siano più idonei delle disponibilità, a fronte di altri con posti vacanti), ed evitare di prestare il fianco a “Ricorsopoli” prevedendo graduatorie nazionali a fronte di prove locali.

Resto, naturalmente, in attesa di eventuali suggerimenti.

Graduatorie di merito del concorso docenti, interlocutoria la risposta di Rossi Doria

Come riportato da Orizzonte Scuola, non c’è allo stato attuale possibilità di abilitazione per gli “idonei”. E non poteva essere diversamente. La ricostruzione del quadro giuridico svolta nella risposta all’interrogazione è impeccabile. Alla luce della normativa, la partecipazione al concorso senza abilitazione era riservata a determinate categorie, e per costoro, salvo gli immessi in ruolo, non è più prevista l’idoneità concorsuale, equivalente all’abilitazione. Detto questo, resta, nelle parole del sottosegretario Rossi Doria, confermato l’impegno del Ministro Carrozza in base al quale ” “per i futuri concorsi potrà essere valutata l’opportunità di una modifica al citato decreto e tale valutazione dovrà tener conto, per un verso, delle recenti disposizioni legislative in materia di concorsi pubblici, per un altro, della peculiarità del sistema di reclutamento del personale docente e dei percorsi di abilitazione all’insegnamento”.
Solo che il tempo non è infinito. Se si vuole dar corso a queste parole (non entro nella diatriba sullo scorrimento delle graduatorie di merito), evitare “falle” e “appigli” e chiudere per sempre con i “laureati d’annata”, riconoscendo comunque il merito di chi ha superato le varie prove e tenendo conto della “sospensione” negli anni antecedenti al concorso delle procedure di abilitazione, il sistema c’è, ma occorre fare rapidamente. Basta concedere “ex post” l’abilitazione agli aspiranti inseriti in graduatoria di merito con la laurea conseguita entro i termini previsti dal bando, rivedere il decreto interministeriale che consentiva di partecipare ai laureati “ante 2002″ chiudendo loro le porte a decorrere dal prossimo concorso, e varare il nuovo regolamento concorsuale, con procedure rigorosamente biennali. Il tutto potrebbe essere agevolmente fatto nel giro di pochi mesi. In tempo sia per l’aggiornamento delle graduatorie, sia per il II ciclo TFA, sia per il prossimo concorso.

Costituente per la scuola: parliamo di personale/1

“Ogni perfezione di struttura è vana se … i professori sono scelti con metodi non buoni”. E’ l’ultima parte del ragionamento di Einaudi, formulato nel secolo scorso, ma attualissimo e sul quale vale la pena intrattenersi, e a lungo. Perché, e occorre ribadirlo e sottolinearlo con forza, qualsiasi iniziativa presa oggi sull’infrastruttura dell’istruzione è destinata a non incidere positivamente sulla situazione se si prescinde da una seria e rigorosa politica “del” personale e “per” il personale, nonché dalla presa d’atto, senza ipocrisie, che spesso, almeno nell’ultimo mezzo secolo,  “i professori”, i ds, il personale ATA, cui stante l’autonomia va allargato il ragionamento, “sono stati scelti con metodi non buoni” per la scuola, anche se magari ottimi per altri e per altro. Una rigorosa politica “del” personale e “per” il personale comporterebbe interventi magari “di dettaglio” per quanto riguarda la normativa (in alcuni casi, vedi il “reclutamento”, meno oscura e confusa di quanto si dica più o meno consapevolmente), ma ben più “invasivi” nell’impostazione culturale e, se vogliamo, filosofica. Il settore, proprio per la sua “tecnicalità”, per lo scontro tra interessi contrapposti, per lo scarso impatto (paradossale…) presso la pubblica opinione, per la necessità di operare delle scelte e di darne ragione, è tra i più “schivati” dal livello politico e di conseguenza quello in cui l’amministrazione, volente o nolente, è costretta a una navigazione a vista, sottoposta a venti di ogni tipo e su rotte irte di scogli. Con conseguente “ammuina”.

Vista la complessità e la “rognosità” della materia, preferisco trattarla in “pezzi” separati, anche al fine di meglio seguire le varie opinioni, cercando progressivamente di squadernare le questioni (comunque e sempre concatenate tra loro, concernenti

  1. la formazione iniziale;
  2. il “reclutamento”;
  3. le graduatorie e i vari punteggi;
  4. le classi di concorso;
  5. le specializzazioni e la formazione in servizio
  6. le retribuzioni, la carriera e la valutazione.

E, se me ne fossi dimenticata qualcuna, prego i gentili lettori di aggiungerla, prima di iniziare, la settimana prossima, con la prima delle mie “prediche inutili”.

Gli “scatti di anzianità” e il buon padrone. Ovvero, degli arcana imperii di un ministero.

La questione scatti spiegata (e con una modesta proposta per risolverla)

La vicenda legata al prelievo “forzoso” di 150 euro dalle buste paga del personale scolastico che aveva percepito, nel 2013, i previsti scatti di anzianità, risulta oggi “sospesa”, in attesa di una soluzione che sembra provenire da un lato dai residui del “tesoretto” Gelmini, dall’altro da un ulteriore taglio al FIS. Resta che occorrerebbe, come dichiarato dagli ex ministri Fioroni e Gelmini, modificare la norma. Non, a mio avviso, il dPR 122/2013, e in particolare l’articolo 12, comma 1, lettera b che riguarda specificamente il personale scolastico, ma la legge cui detta lettera rinvia. Leggi il resto »

Temi per la Costituente della Scuola. Un nuovo patto culturale.

Luigi Einaudi, nel commentare a caldo la riforma Gentile, aveva sottolineato come gli “esami” fossero un punto capitalissimo di ogni ordinamento. Ma l’accenno alle prove formali non si comprende appieno, resta monco, oscuro, contraddittorio da parte di un avversatore, quale Einaudi fu, del valore legale dei titoli di studio, e quasi direi burocratico, senza la spiegazione del concetto, contenuto nella frase successiva, davvero cardine: Ogni perfezione di struttura è vana se gli studenti non sono invitati a studiare bene”. Sembra banale, ma non lo è. E forse anche le considerazioni seguenti sembreranno banali, poco “scientificamente” documentate. Ma preferisco l’essenziale, perché chi conosce i nomi dei protagonisti del dibattito e delle “auctoritas” potrà leggerli in filigrana. E chi non li conosce (perché non è il suo mestiere), potrà liberamente seguire il filo, spero, logico, del ragionamento. Alquanto, consentitemelo, “arrabbiato” e fuori dalle righe. Leggi il resto »

Temi per la Costituente della Scuola: primo, ripartire da Einaudi

Annunciata in grande stile dal ministro dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, Maria Chiara Carrozza, la “Costituente per la scuola” rappresenta una opportunità. Che, come tutte le opportunità, è di per sé neutra: a contare, in positivo o in negativo, saranno infatti i risultati. Il rischio è la trasformazione in kermesse, la passerella retorica, il benaltrismo, le tesi e le sintesi in qualche misura precostituite, il piusoldismo aprioristico e la “damnatio memoriae” dei predecessori; il dominio delle mode e dei “mantra” e il cicaleccio giornalistico. Insomma, che il rumore di fondo prevalga sulla melodia. E di rumore di fondo se ne sente, anche in queste settimane e (direi) da sempre, sin troppo.

Naturalmente, ciascuno può individuare a modo suo le priorità. E però, siccome è necessario giocare a carte scoperte, forse è il caso che ciascuno dei soggetti chiamati all’appello sia vincolato a confrontarsi non (solo) sulle proprie particolari questioni (rispettabilissime, utili, urgenti, per quanto settoriali o, a volte, ma non sempre, autoreferenziali), ma ad individuare quelli che, a suo modo di vedere, possono essere considerati temi comuni. Due, direi, e non più di due. Su cui magari ci si potrà dividere sulle soluzioni, ma che rappresentano, per “idem sentire”, le priorità (possibili) da affrontare, al di là delle facili parole d’ordine che mettono d’accordo tutti con la loro inconcludenza.

Per mio conto, e per dare il buon esempio, ne ho individuati due, tra il mare davvero magnum di questioni nelle quali mi sono imbattuto in questi anni. Due temi scansati, ovattati, rinviati, deviati. Episodicamente affrontati, in maniera diversa e con sistemi o ipotesi di lavoro più o meno radicali, ma sempre senza la necessaria continuità.
Credo, fortissimamente credo, che avesse ragione Luigi Einaudi, quando, nel commentare la riforma Gentile, rilevava come «i due punti sui quali maggiori sono i dubbi sono gli esami e il reclutamento del corpo insegnante. Sono in vero questo i due punti capitalissimi di ogni ordinamento poiché ogni perfezione di struttura è vana se gli studenti non sono invitati a studiare bene e i professori sono scelti con metodi non buoni».
Nei prossimi giorni, proverò a “squadernarli”.