Dell’Invalsi e della formazione coatta. Note a margine

Orizzonte Scuola punta lo sguardo sulla messe di emendamenti volti a modificare l’articolo 16 del DL 104/2013 nella parte in cui prevede la formazione obbligatoria dei docenti in caso di esiti particolarmente negativi della prova Invalsi, emendamenti, a partire dal 16. 19 Chimienti (M5S), accantonati in attesa di un riesame. Siccome non sono annoverabile né nel campo dei così detti “invalsori” né in quello degli “anti invalsori”, cerco di fissare alcuni principi.Faccio la tara all’allergia, all’insegna dei “cui custodiet”, con cui una parte dei docenti italiani guarda alle iniziative di valutazione esterna. Vedo dei bei codoni di paglia scodinzolare, ma sono codoni che rischiano di attirare ampie e motivate simpatie, se non si tengono in considerazione altri elementi.

Primo, come non mi stancherò mai di ripetere, le prove Invalsi sono un termometro. Rompere un termometro o alterarlo (come a tutti è capitato di fare almeno una volta nella vita), non cancella la febbre. E se a romperlo o fare spallucce è il decisore politico, i guai che ne derivano sono seri. Vero è che don Ferrante negava l’esistenza della peste, ma ciò non gli impedì di morirne.
Sono, è vero, le prove Invalsi, un termometro che, come tutti i termometri, da solo non basta. Non hanno, ad esempio, la complessità delle prove di certificazione delle competenze in lingua, che per restare nel campo metaforico forniscono, oltre alla temperatura corporea, l’analisi del sangue e l’elettrocardiogramma. Ed è vero che uno studente lazzarone, ma con sufficienti basi e “sveglio”, può raggiungere ottimi risultati, come ho potuto constatare personalmente nel corso degli esami di Stato di fine primo ciclo.
Ma non sono neppure il “test a crocette”, avulso dalla “tradizione italiana” di cui si sente parlare a sproposito. Se un risultato positivo non è di per sé sinonimo di eccellenza, certamente una debacle è sintomo di ben peggiori mali. Nella mia empirica esperienza, una classe che esce malconcia dalle prove nazionali e internazionali raggiunge risultati tutt’altro che brillanti (anzi, spesso peggiori) nelle prove tradizionali, soprattutto se ad esaminarle è un terzo. E sarei pronto a scommettere che se il set di prove al termine della scuola primaria fosse implementato, scopriremmo alcune smagliature sulle competenze di base destinate ad allargarsi col tempo a prescindere dall’impegno, spesso disperato, dei docenti della secondaria di primo grado.

Secondo, la formazione coatta NON è la soluzione. Come non lo è, in via generale, la formazione obbligatoria in servizio. O, meglio, lo sarebbe a determinate condizioni, che però non sono, al momento, prese in considerazione. Se i decisori politici (o amministrativi) si prendessero la briga di consultare il capo del personale di una qualsiasi azienda privata a “formazione obbligatoria” (e ne sono rimaste poche, vista la cinghia stretta), scoprirebbero innanzitutto che la scelta delle iniziative formative, inchiavardate alla mission aziendale, alle necessità di breve/lungo periodo, allo sviluppo delle risorse umane, è rigorosissima e scelte con cura, senza distribuzioni a pioggerella. Scoprirebbero inoltre che il sistema funziona sulla base di un ben oliato meccanismo di incentivi e disincentivi, che si attiva implacabile per premiare il virtuoso e punire il reprobo. In una qualunque azienda, il docente che legge ostentatamente il giornale durante l’attività formativa non sarebbe concepibile, e nessun sindacato interno mai e poi mai lo difenderebbe.

Se non ce la sentiamo di prendere tutto il pacco, meglio evitare e risparmiare risorse preziose, da destinare a chi volontariamente intende migliorare la propria professionalità.

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