Giorgio Israel ha lanciato un grido di allarme rispetto all’ultima moda pedagogica impostata intorno al “decalogo” di Robert Hawkins. C’è ben poco da aggiungere rispetto alla critica corrosiva di Israel verso un disegno che, se realizzato, disintegrerebbe, nello spazio di una manciata di generazioni, l’intera trasmissione del patrimonio della cultura occidentale. In nome non si sa bene di che cosa. Non vorremmo ridurci, con Giorgio, Paola Mastrocola (della quale pur non condivido alcune estremizzazioni, ma in battaglia è opportuno tralasciare i distinguo) e altri amici, al ruolo di rialfabetizzazione che un tempo ebbero i monaci irlandesi, ultimi custodi di una tradizione gravemente manomessa dalle invasioni barbariche, né (guardo la foto del mio bambino) doverci rifugiare nell’istruzione parentale.
Difendo la tradizione, difendo i contenuti perché, sembra ozioso ricordarlo, ma non lo è, il “da dove veniamo” è indispensabile non solo per comprendere “chi siamo”, ma anche per fissare la bussola del “dove andiamo”. Contro la scuola della moda (sorella della morte, come ci ricorda Giacomo Leopardi) occorre tenere, per quanto possibile, la guardia alzata. Il che non significa buttar via il bambino con l’acqua sporca. Non significa contrapporre il gessetto alla LIM (anzi…). Ma fare uso, sempre e comunque, del buon senso, dell’esperienza, della capacità di focalizzarsi sugli obiettivi. Significa dichiarare guerra senza quartiere alla “scuola di carta”. Alla scuola che non legge, che non PENSA, ma che si prosterna alle parole d’ordine, che riempie moduli senza riempire (o rifinire gli orci…) le teste. Insomma, alla non-scuola.
Qualche esempio? Bene. Nel corso delle passate ispezioni agli esami di stato, mi è capitato di imbattermi nella classe di un docente che, all’uscita delle Indicazioni nazionali sui licei, più si era stracciato le vesti contro il passatismo, evocando il mantra delle “competenze”. A parte il fatto che le competenze, almeno dal 1913, sono previste sin nei vecchi programmi scolastici, ho voluto testare i frutti di tale scienza educativa, beninteso senza compromettere i risultati degli incolpevoli studenti. Alla fine dell’interrogazione, dopo essermi sorbettato l’ennesimo sproloquio su Italo Svevo (perché al di là di Pirandello, Svevo, Montale, Verga difficilmente si va), ho chiesto, fuori dalla prova, al malcapitato (presentato con l’8) di seguirmi nell’auletta attigua, ho aperto una delle liriche oggetto di studio e gli ho chiesto un commento: analisi metrica, retorica, parafrasi del testo e la ragione in base alla quale l’autore aveva compiuto determinate scelte stilistiche ai fini della sua poetica. Evitando, di grazia, di ripetermi qualche pappardella desunta dalle note al testo. Ovviamente, non si chiedeva un trattato universitario, ma di manifestare una capacità di lettura minimamente consapevole. Lo studente in questione mi ha guardato come se fossi un marziano. Ha ammesso che sì, gli strumenti li aveva studiati, ma nessuno gli aveva mai insegnato ad applicarli al testo. E questo, a fronte di un documento di classe dove, nel settore specifico, i contenuti erano stati ridotti all’osso proprio in nome dell’acquisizione delle “competenze” di lettura. Quali? Non è dato, a questo punto, saperlo.
Ho visto invece all’opera, mesi dopo, un giovane docente di inglese. Esigentissimo, ma dai risultati straordinari. Lascio stare l’imponente curriculum, la pronuncia perfetta, la programmazione basata sul QCER. Mi concentro sul metodo. Didattica laboratoriale, con il coinvolgimento dell’intera classe (ah, i furbi che per fare bella figura interrogano i ragazzi più bravi…). Continue correzioni degli errori. Ripasso dell’analisi del periodo (perché altrimenti, con le lingue straniere, sono dolori…) quando necessario. Il tutto rigorosamente in lingua inglese. Al terzo anno, i ragazzi lavoravano già sull’acquisizione del B2, che nelle mie rosee previsioni ho piazzato, non senza vibrate proteste, come obiettivo al termine del percorso di secondaria di secondo grado. In quinta, lezione di letteratura sull’osticissimo T.S. Eliot, ovviamente (per lui e per i suoi studenti) testi alla mano. Sono uscito commosso. Ebbene, il docente in questione passava, tra molti colleghi seguaci della scuola di carta, come un “passatista” che addirittura, in un collegio docenti, aveva avuto l’ardire di citare le tesi di Israel.
Ai miei venticinque lettori trarre la morale.
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