Il mio Risorgimento

Il mio 17 marzo si nutre soprattutto di ricordi. I cari ricordi amati dell’epopea risorgimentale, parte integrante del mio ”Familienroman”, innanzitutto, e delle narrazioni che erano la delizia della mia infanzia.
Dunque, il  mio adorato nonno di cognome faceva Nannini. Il suo prozio era il santalbertese dottor Pietro Nannini. Lascio la parola alla lapide (non è difficile vederci la mano di mio nonno Antonio, anche se non sono sicuro che l’avesse scritta lui) recentemente restaurata:

Alto ora nella gloria di Dio
e caro alla memoria dei generosi
il dottor Pietro Nannini
Capitano delle schiere Garibaldine
difese da prode sui campi del Veneto
la patria indipendenza
nell’epica primavera del MDCCCXLVIII
Corse l’anno dopo ad assistere
nel giorno IV d’agosto
Anita Garibaldi morente.
Salvò ai futuri destini l’Eroe
Trafugandolo dalle Mandriole a S.Alberto
e lo seguì in tempi migliori da Marsala al Volturno
sempre sacrificando salute agi beni
Per la libertà e l’unità d’Italia
MDCCCXVI - MDCCCLXII

Anche altri familiari, del resto, avevano seguito l’Eroe dei Due Mondi e i suoi figli su vari fronti (Grecia, Francia…) in difesa di quelle idee di libertà. Ma il dottor Pietro (che effettivamente, come si può leggere in falsariga, sacrificò il patrimonio e la salute, morendo, se ben ricordo, di colera a Napoli)  era l’eroe di famiglia.
Le mie favole, dunque, erano liberamente tratte dall’epopea garibaldina. Dai racconti tramandati, dalle Noterelle di uno dei Mille piuttosto che dalla Rossa avanguardia delle Argonne. E scorrazzavo, per il cortile della casa di Ravenna, indossando i pochi cimeli superstiti (il fazzoletto, il berretto rosso che le impietose tarme avevano ridotto a mal partito), poi donati al museo.
Oggi un ritratto di Garibaldi, mentre scrivo, mi sorveglia alle spalle. Ho in braccio mio figlio… e anche lui, tra poco, rivivrà quelle storie. Come e meglio di suo padre, spero impari l’amore per la Patria e la Libertà, per le idee cui tutto si può sacrificare.  

Un’altra delle scuole “si può fare”

Dopo l’istituto secondario superiore Ettore Majorana di Brindisi, una tra le istituzioni scolastiche più innovative d’Italia, il liceo Paolo Candiani di Busto Arsizio e, sempre nel “bustocco”, lo “storico” ITC Enrico Tosi (ma vale la pena raccomandare anche l’esperienza del Paolo Frisi di Milano, scuola in una realtà di frontiera, ma al contempo capace di cogliere ogni opportunità di innovazione, dal CLIL ai percorsi di alternanza), le cronache raccontano l’esperienza della scuola secondaria di primo grado Giovanni Pascoli, di Valenza. Uso intensivo dei sistemi multimediali, didattica attenta ai rapporti tra le discipline, “focus” sulle certificazioni linguistiche, uso dei fondi di bilancio anche con obiettivi premiali sono solo alcune delle caratteristiche evidenziate nel reportage di Panorama.
Le esperienze di autentica eccellenza non nascono “dal nulla”, ma da alcune condizioni che, a dir la verità, hanno poco a che fare con le caratteristiche del territorio (vedi il caso del Frisi o del Majorana), molto invece con le capacità dei dirigenti scolastici (leadership, certo, ma anche l’oculatezza nella gestione delle risorse) e con la volontà del personale di farsi realmente “comunità educante”. Ora, realtà come quelle citate (cui vanno aggiunti sicuramente molti tra gli educandati e i collegi, le così dette “istituzioni educative” che però vivono una realtà organizzativa particolare, e altre scuole che operano ottimamente nell’ombra), meriterebbero non solo un’attenzione particolare da parte dei mezzi di informazione (la scuola vive di esperienze come queste, muore di code e pettini), ma di poter essere considerate “scuole che fanno scuola ad altre scuole”.
E questo vale sia per quanto riguarda le attività di tirocinio previste nella formazione iniziale, sia nei campi alquanto più spinosi della formazione in servizio, del tutoraggio dei dirigenti scolastici, dello sviluppo di strategie innovative, efficaci ed efficienti nella realtà e non sulla carta. Si tratta di un processo non semplice. Che richiederebbe, certo, l’accantonamento di finanziamenti ad hoc, ma ancora di più la “statuizione” di una serie di diritti e doveri, a fronte di peculiari caratteristiche riconosciute, che possano giustificare non solo un particolare investimento, ma un particolare ruolo, uno “status” che le renda punti di riferimento sul territorio e che, al contempo, le faccia terreno di sperimentazione di una più avanzata concezione dell’autonomia scolastica.