La riforma dell’Università. Il testo su cui ci si dovrebbe confrontare

Non ho seguito direttamente il percorso della riforma universitaria (qui il testo approvato dal Senato), salvo due normette: il sistema “aperto” delle abilitazioni e la possibilità di doppia iscrizione alle università e ai corsi AFAM (Conservatori, Accademie, ecc). Ma, nel rileggerla (anche nel sunto presente sul sito del ministero), non posso non considerare il baratro che separa la lettura del testo dai motivi delle proteste suscitate dalla sua approvazione. La mia vecchia maestra, quando qualcuno non rispondeva a una domanda, usava apostrofarlo con la battuta “dove vai? son cipolle”. Mi sembra appropriato usarla oggi, di fronte a manifestazioni che usano la riforma Gelmini come sbagliatissimo pretesto per altro.

La legge offre alcune soluzioni a molti dei problemi del nostro sistema universitario. Costruisce le precondizioni per eliminare gli sprechi: non tocca l’autonomia degli atenei, ma la rende responsabile attraverso un sistema rigoroso di verifica dei bilanci, di accreditamento dei corsi, di valutazione della qualità. Mette un freno al baronato: non solo attraverso le norme che impediscono ai rettori di essere eletti a vita e a quelle che bloccano la parentopoli, ma anche attraverso il nuovo meccanismo concorsuale, improntato al rigore (il concorso nazionale di abilitazione) e alla trasparenza (le università chiamano pescando tra gli abilitati, rendendosi così responsabili delle scelte). Apre decisamente ai giovani di valore, attraverso una procedura simile alla “tenure track” in vigore nei paesi anglosassoni che evita le lunghissime servitù alla corte del “chiarissimo” di turno. Innova anche nel diritto allo studio, creando un sistema di finanziamento ai “capaci e meritevoli” che si affianca al Diritto allo studio regionale. Cosa della quale non so quanti degli studenti protestatari siano edotti. Penso in particolare agli studenti lucani, che farebbero meglio a rivolgere i loro strali a una regione che antepone ai loro diritti il finanziamento alle cose più bislacche. Ma tant’è.

L’impressione è che la protesta, oltre ai temi di carattere più generale (insofferenza, malcontento, paura per il futuro: ma invito a leggere questo perfetto editoriale di Ostellino) sia provocata da quello che nella legge manca: la solita, italica sanatoria, l’ope legis che promuove meritevoli e immeritevoli. Norma sino ad oggi “di rigore” in ogni provvedimento di sistema, in base a una deteriorissima tradizione che va a disonore del paese e che nella legge Gelmini non ha avuto spazio. Anche solo per questo motivo, dovrebbe scattare l’applauso.  

Prove OCSE/PISA: il tempo volge al bello?

Dopo i dati disastrosi del 2003 e del 2006, i risultati delle prove PISA italiane in lettura, matematica e scienze migliorano, anche sensibilmente. Permangono differenze territoriali (ma il sud e le isole recuperano terreno e spicca l’ottima performance della Puglia - complimenti alla direttrice dell’USR, Lucrezia Stellacci), tra le istituzioni scolastiche della stessa regione e tra licei, tecnici e professionali, tanto nella “media” quanto nelle percentuali di studenti che conseguono l’eccellenza.
Sono dati che potrebbero essere commentati “grossolanamente” (la scuola “migliore” sarebbe un liceo della Lombardia), ma che invece meritano di essere analizzati nel dettaglio, per capire quali possono essere le strategie migliori. Alcune considerazioni possono essere fatte. Primo, la strategia di un maggior rigore funziona. Si tratta, prima ancora che di specifici provvedimenti, di una indicazione culturale che è stata colta e che andrà decisamente alimentata. Secondo, la scelta di contemperare nei licei tradizione e innovazione, senza stravolgimenti inopportuni (le nuove indicazioni nazionali, tra l’altro, sono state formulate proprio a partire dai quadri di riferimento internazionali e delle università), potrebbe rivelarsi ancora più vincente. Terzo, occorrono due azioni di sistema: la prima riguarda le performance dei territori ancora sotto la media OCSE, ma la seconda riguarda il primo ciclo di istruzione.
Detto in soldoni: le performance diverse tra licei, tecnici e professionali hanno molto a che fare con l’utenza che già in partenza, troppo spesso, ha elevati divari nella preparazione, a loro volta determinati anche dall’ambiente familiare. Il dettaglio evidenzia come, ad esempio, Istituti tecnici ritenuti estremamente selettivi abbiano risultati eccellenti. Non posso dimenticare come invece ci sia stato il tentativo di distruggere il liceo e di livellarlo, in nome di una malintesa uguaglianza: tentativo fallito, nonostante i “sibili/ dei farisei che sulla riva seggono”, dalle scelte compiute dalla riforma.
Il luogo dove superare il “gap” non è la “ridistribuzione” dell’utenza, ma è il primo ciclo di istruzione, che non riesce a supplire sistematicamente, come dovrebbe, alle eventuali mancanze dell’ambiente familiare, nonostante  l’enfasi posta in questi anni sull’”inclusione”. La battaglia culturale, allora, non è sulla “depressione” delle eventuali eccellenze in nome del livellamento, ma su un “ritorno a Gramsci”. Sul valore dello studio (e della “fatica”!) come unica leva possibile per tutti di successo sociale, qualsiasi sia il percorso che, dopo il primo ciclo, si sceglie di intraprendere. Sul valore reale e non cartaceo dei titoli di studio. Su percorsi che devono avere, ognuno, peculiari “difficoltà”. Su un primo ciclo che deve tornare decisamente a offrire le basi del sapere, in modo tale che le scelte successive siano guidate dalle predisposizioni e dagli interessi e non dai pregressi risultati scolastici, e deve farlo a partire dalla consapevolezza della capacità di apprendimento propria delle diverse età. Questa strada chiede di superare alcune concezioni pedagogiche che, dal lontano 1985, tentano di conformare bambini e preadolescenti su modelli “idealtipici” senza riscontro nella realtà. Strada, dunque, non indolore.