Formazione iniziale docenti: un altro pezzo del puzzle si appresta ad andare a posto

Mariastella Gelmini ha annunciato l’emanazione del nuovo regolamento sulla Formazione iniziale dei docenti. Il testo dovrà attendere, per diventare operativo, il parere delle commissioni parlamentari, del consiglio di stato e della conferenza Stato-Regioni, ma è ormai fissato nelle sue linee fondamentali. Il gruppo di lavoro presieduto da Giorgio Israel ha impostato un percorso che prende il meglio dell’esperienza delle SSIS. Il nuovo Tirocinio formativo attivo è basato sul tirocinio vero e proprio, fortemente ampliato, controllato e valutato; i laboratori; l’attenzione alle didattiche e alle pedagogie speciali, mentre le nuove lauree magistrali, specificamente disegnate per l’insegnamento e destinate a entrare in vigore dall’anno accademico 2010/2011, pongono l’accento tanto sulle discipline quanto sulle pedagogie. Insomma, abbiamo usato la strategia del buon senso, contro gli esasperati ideologismi e il pedagogismo deteriore e slegato dalla realtà della scuola. Tengo molto ai tre provvedimenti collegati, che dovranno essere disegnati nei prossimi mesi: il percorso di specializzazione per il sostegno, il percorso di specializzazione per il CLIL (l’insegnamento in lingua straniera di una disciplina non linguistica) e, nell’ambito della riforma della secondaria superiore, i percorsi di abilitazione per gli insegnanti tecnico pratici, che dovranno sottolineare le loro peculiari caratteristiche senza inseguire improbabili “lauree universitarie per tutti”, poco adatte a tutte le sfaccettature di questa preziosissima risorsa. Nella scheda in calce al post si trovano le principali novità del provvedimento, mentre per il testo si dovrà attendere ancora qualche giorno, dedicato a piccoli perfezionamenti normativi. Sulla struttura, rimando al mio articolo su Orizzonte scuola. Resta la soddisfazione nel vedere un buon frutto del lungo ma  prezioso lavoro di confronto col mondo della scuola, svolto sia attraverso il contatto con sindacati e associazioni, sia raccogliendo le voci di insegnanti, presidi, ex “sissini”, soprattutto, che hanno consentito di raccogliere il meglio della precedenza esperienza e di separare nettamente il grano dal loglio.

Scheda Leggi il resto »

Analfabetismo permanente

A volte, si parla di analfabetismo di ritorno, di una regressione culturale che colpirebbe parte della popolazione adulta le cui competenze sarebbero atrofizzate dalla mancanza di esercizio. Oggi, a quanto pare, siamo addirittura scivolati un gradino sotto. La denuncia è sul Messaggero: un numero sempre maggiore di Atenei istituisce dei corsi di alfabetizzazione per le matricole. Sconfortante, a detta di rettori e docenti, il panorama offerto dai nostri neodiplomati e dito puntato sul sistema scolastico. Eppure, a “leggere scrivere far di conto” si dovrebbe imparare alle elementari, alimentando le proprie capacità e la propria cultura nel percorso successivo. A quanto pare, non è così. Lo “j’accuse” del Messaggero è tutt’altro che isolato. Nella distrazione con cui le testate giornalistiche seguono il livello qualitativo del nostro sistema scolastico, il tema dell’analfabetismo (ben più preoccupante dei disastrosi risultati nei test internazionali)  ricorre di tanto in tanto. Ricordo un concorso per l’accesso alla magistratura nel corso del quale la stragrande maggioranza degli scritti risultò insufficiente per drammatici problemi di ortografia, sintassi, organizzazione e senso del discorso. In questi giorni, riorganizzando la biblioteca di famiglia, mi sono capitati in mano degli eserciziari per le scuole elementari che risalgono agli anni Trenta, epoca in cui il regime fascista puntò decisamente all’alfabetizzazione di massa dopo i tentativi solo parzialmente riusciti dei decenni post-unitari. Ora, oggi avrei qualche preoccupazione a sottoporre quelle prove (che riguardavano i bimbi di tutti gli strati sociali e di tutte le province dell’allora regno) a un laureando medio. Saremo anche nell’era di Internet, ma la conoscenza e l’uso competente della lingua italiana sono fondamentali. Assunto scontato, direbbe il buon senso. Invece, a quanto pare, le cose stanno in maniera totalmente diversa. Con le debite eccezioni (ovvio, ma è bene ricordarsene sempre), il sistema non sembra essere in grado di rispondere a quanto gli viene richiesto. Col risultato che l’Università impiega risorse (umane ed economiche) per un compito che non le è proprio. Come rimediare (nel tempo) a questa situazione? Un primo tassello è costituito dal nuovo regolamento sulla valutazione degli alunni, più rigoroso. Ma, ovviamente, non basta. Un secondo, dalla nuova formazione iniziale dei docenti, che ricostruisce un equilibrio a volte distorto tra conoscenze disciplinari, metodologie didattiche e competenze pedagogiche. Ma (e due) ovviamente non basta. Un terzo tassello deve essere costituito da una rivisitazione dei programmi ministeriali (torno a chiamarli con una definizione desueta, ma di facile comprensione, rispetto all’orgia di “indicazioni”, “currricoli”, OSA, LEP…) che torni al sodo, al nocciolo duro di conoscenze che, ciclo scolastico per ciclo scolastico, garantiscano uno standard di qualità omogeneo al sistema nazionale di istruzione, lasciando all’autonomia delle istituzioni scolastiche la possibilità di arricchimento. Ovviamente (e tre) non basterà. Però i tre elementi, presi insieme, tracciano un sentiero per uscire dal tunnel dell’analfabetismo.

Un altro pezzo del puzzle va a posto: la nuova valutazione degli studenti è legge

La Gazzetta ufficilae ha pubblicato il nuovo regolamento sulla valutazione degli alunni, il primo provvedimento di cui ho coordinato la redazione. Entra a regime così un importante tassello del processo di cambiamento. I titoli, oggi, erano incentrati sui crediti formativi riassegnati all’”ora di religione”, visto che, come segnalato per tempo da Tuttoscuola, il regolamento ha “superato” la sentenza del TAR. Le novità più importanti, a dire la verità, sono altre. Innanzitutto, la “filosofia del provvedimento”: spazzati via tutti i riferimenti a un’improbabile “pedagogia di stato”, la valutazione è lasciata alla libertà dei docenti e degli organi collegiali. In secondo luogo, si è tracciata la strada di un maggoior rigore: necessaria la sufficienza in tutte le materie per essere ammessi agli esami di maturità; confermata e resa pienamente applicabile la norma sul “5 in condotta”; messa “a regime” la norma di Fioroni sull’obbligo, per passare da un anno all’altro, di aver recuperato i debiti formativi; un “peso” assegnato, una volta per tutte, alla prova nazionale dell’Invalsi, prima lasciata alla discrezionalità delle commissioni. Insomma, un provvedimento ispirato (spero!) al buon senso e alla chiarezza. Un risultato di cui devo ringraziare i “ministeriali” che han lavorato con me e i presidi e docenti contattati nel corso della stesura.

Autonomia e reclutamento: a settembre due opportunità per un cambiamento

Il sussidiario pubblica un mio intervento su due priorità da affrontare a settembre

di Max Bruschi
Ho ricevuto da Alessia un “post” sul mio account di Facebook. Alessia non la conosco. Non so cosa voti, come si svolga la sua vita, quali siano le sue preferenze. Non importa. Il nostro “credo” scolastico è identico.
Alessia scrive: “…sogno una scuola nella quale per entrare non esistono graduatorie ridicole stile punti del supermercato o concorsi fatti nel giurassico… sogno una scuola nella quale il dirigente è un “manager della scuola”, preparato e in grado di gestire un istituto con rigore e concretezza, quindi non uno che abbia vinto il solito concorsetto farsa, che, dopo aver visionato il mio ben nutrito curriculum (perché per fare gli insegnanti non basta avere una laurea in tasca e la carta straccia dell’abilitazione, ma forse occorrono delle qualità in più, occorre saper progettare, saper gestire, sapersi reinventare ogni giorno, occorre essere dei professionisti dell’educare, occorrono esperienze anche lontane dall’insegnamento), mi chiama per un colloquio durante il quale ho modo di far valere la mia preparazione, durante il quale mi chiede ovviamente quali contributi potrò apportare a quell’istituzione scolastica, quali sono i miei progetti e le mie ambizioni e poi visto che sono proprio adatta mi mette alla prova…”. E via, di questo tono.
Il nocciolo del sogno di Alessia è identico al nocciolo del dibattito aperto su ilsussidiario.net a proposito del reclutamento e al nocciolo del documento della CdO “Una scuola che parla al futuro”. Alessia sogna una scuola libera e autonoma, una comunità messa di fronte al gusto della sfida educativa.
Ne sono convinto: non esiste autonomia senza una rigorosa selezione dei dirigenti scolastici e senza la possibilità per le scuole di scegliere liberamente il proprio personale. Mi sembra che tutti siamo d’accordo sulla necessità di abbattere l’Idra di Lerna delle graduatorie e sulla necessità di non ripercorrere gli errori dell’ultimo concorso a preside.
Ci sono due appuntamenti, a partire da settembre, che rappresentano la cartina di tornasole della volontà riformatrice del governo, della sua maggioranza e dei parlamentari che anche dal centrosinistra sappiano guardare oltre gli schieramenti per abbracciare “una certa idea di scuola”: le regole del nuovo concorso per i dirigenti scolastici e la necessità che il parlamento affronti in tempi urgenti e alla radice, con la radicalità giustamente invocata da Fabrizio Foschi, il tema del reclutamento degli insegnanti.
Ma togliere il piombo dalle ali dell’autonomia (a dieci anni dal decreto 275) significa rimettere a posto un puzzle complesso, reso ancora più intricato dai rivolgimenti di questi anni e dall’impossibilità (lo dico a Gianni Mereghetti, di cui condivido peraltro l’assunto generale: non si fa una scuola nuova con insegnanti vecchi) di fermare la macchina.
Pensare e costruire il cambiamento significa avere il gusto delle singole tappe da raggiungere e superare, un occhio ai singoli provvedimenti, l’altro al disegno complessivo, perché le norme sono fatte per tradurre in realtà le idee, non viceversa. Revisione dei cicli scolastici, sistema nazionale di valutazione, programmi di studio, formazione iniziale dei docenti, reclutamento dei dirigenti scolastici, reclutamento degli insegnanti e loro carriera, autonomia piena di bilancio, governance e quant’altro sono i tasselli di questo puzzle, le rotaie e le traversine di una ferrovia i cui vagoni e le cui motrici sono costituite e costruite dalle comunità educanti.
A chi invoca un provvedimento piuttosto che un altro, dico che di puzzle incompleti è piena la storia delle mancate riforme italiane e che su un binario sconnesso i treni, prima o poi, deragliano.

La riforma in cammino

Formiche, grazie alla cortesia del suo direttore, Paolo Messa, ospita un mio intervento sul cambiamento in atto nell’Istruzione.  

Un sentiero in cammino
di Max Bruschi
Conservo nella mia agenda un origami bordeaux. E’ diventato una sorta di simbolo della scuola italiana, con le sue luci e le sue ombre. Mesi fa, all’inizio della mia avventura a fianco di Mariastella Gelmini, me l’ha regalato una bimbetta di una quarta elementare (pardon, “primaria”) di un istituto di Torino, uno di quelli che vale la pena di citare per nome e cognome, “Altieri Spinelli”, perché negli anni ha saputo valorizzare la parola autonomia e investire il pubblico danaro per istruire al meglio i propri allievi. Seria seria, mentre dal foglio di cartoncino quel cigno prendeva forma, la bimbetta mi dimostrava il teorema di Talete.
Ho visto, in altre scuole, altre bimbette e altri bimbi e altri origami, quasi immancabili, uno zoo infinito di animali e colori, ma nessuno che riuscisse a spiegarmi nulla di leggi o teoremi. Quegli origami, persa la loro funzione, il collegamento tra pratica e teoria, non sono altro che pezzi di carta, simboli, più che di tempo scuola, di tempo perso. Leggi il resto »

Il sogno di Alessia, il mio sogno

A volte le mattine piegano come non ti aspetti. Accendo il computer, apro il mio account di Facebook, e in mezzo alla diatriba che coinvolge me e alcuni precari non abilitati trovo una perla, un post di Alessia G. Non la conosco, non so chi sia, non so cosa voti. Non mi importa. Il suo sogno è il mio sogno, è la realtà che vorrei contribuire a costruire. E trovare persone così, mi induce a dire che forse è possibile. Ve lo trascrivo così come l’ho ricevuto, è il più bell’”editoriale” sulla scuola che abbia letto da quando sono al Ministero.

“…sogno Off Topic (ma neanche troppo) di una notte di mezza estate…
…sogno una scuola nella quale per entrare non esistono graduatorie ridicole stile punti del supermercato o concorsi fatti nel giurassico (ricordo che tra qualche giorno, 2009, saranno fatte immissioni in ruolo per gente risultata idonea, non vincitrice, di un concorso del 1999)…sogno una scuola nella quale il dirigente è un “manager della scuola” preparato e in grado di gestire un istituto con rigore e concretezza, una persona pronta a prendere la responsabilità del lavoro degli altri, a giudicarli, a criticarli, a farli crescere, quindi non uno che abbia vinto il solito concorsetto farsa, che, dopo aver visionato il mio ben nutrito curriculum (perché per fare gli insegnanti non basta avere una laurea in tasca e la carta straccia dell’abilitazione, ma forse occorrono delle qualità in più, occorre saper progettare, saper gestire, sapersi reinventare ogni giorno, occorre essere dei professionisti dell’educare, occorrono esperienze anche lontane dall’insegnamento), mi chiama per un colloquio durante il quale ho modo di far valere la mia preparazione, durante il quale mi chiede ovviamente quali contributi potrò apportare a quell’istituzione scolastica, quali sono i miei progetti e le mie ambizioni e poi visto che sono proprio adatta mi mette alla prova… Leggi il resto »

Fratelli d’Italia… federalista. Noterelle su Mameli e dialetti a scuola

A me l’Inno di Mameli piace. Per la sua storia, deliziosamente ricostruita da Pierangelo Sapegno sulla Stampa, per il suo ritmo da marcetta, per un testo che, comunque lo si giudichi dal punto di vista estetico, ebbe il merito, nel 1847 e oltre, di cogliere l’attimo. In fondo, rispetto alle varie proposte per sostituirlo, è anche il più federalista. Leggiamo la quarta stofe:”Dall’Alpe a Sicilia, / Dovunque è Legnano; / Ogn’uom di Ferruccio / Ha il core e la mano; / I bimbi d’Italia / Si chiaman Balilla; / Il suon d’ogni squilla / I Vespri suonò”. Una carrellata che va da Alberto da Giussano alla lotta di Firenze contro l’imperatore Carlo V, dalla rivolta di Genova contro gli occupanti austro-piemontesi scatenata dal piccolo Giambattista Petrasso detto Balilla (”la prima mano onde il grande incendio si accese, fu quella di un picciol ragazzo, quel dié di piglio ad un sasso e lanciollo contro un ufficiale tedesco”) giù giù per lo Stivale sino ai Vespri siciliani, la sollevazione dell’Isola del 1282 contro i dominatori francesi. Difficile trovare un più conciso manifesto del carattere della nostra nazione, la cui unità è da tempo immemorabile costituita da infinite singolarità. Un aspetto che manca dai più insidiosi e storici concorrenti di Fratelli d’Italia: il Va’ pensiero (peraltro, dal testo piuttosto goffo…) e la Leggenda del Piave. Non so, a dir la verità, se Umberto Bossi ci abbia pensato. E qualche testa d’uovo deboluccia in parafrasi (magari, chissà, lo stesso figlio Renzo…), anni fa, deve avergli insufflato l’idea che sia l’Italia (e non, invece, la vittoria) ad essere “schiava di Roma”. Pinzillacchere, direbbe Totò. Che, come tali, andrebbero trattate. Lo stesso Senatùr, del resto, pare abbia fatto marcia indietro nelle ore successive, accusando i giornalisti di aver capito male e strumentalizzato. Colpa dei giornalisti o “voce dal sen fuggita”, la battaglia a favore del federalismo, così, certo non la si aiuta. Così come è complicato prendere sul serio la seconda sparata di questo caldo ferragosto: lo studio del dialetto, altro ritornello leghista. Siccome i problemi della scuola riguardano il futuro del paese, tanto varrebbe affrontarli sfuggendo dalla logica del “chi vusa pusè, la vaca l’è sua” (chi urla di più, si aggiudica la vacca), versione legnanese di un detto lombardo che, non di provincia in provincia, ma di bricco in bricco, cambia grafia e dizione (chi vusa püsé a vaca l’é sua, chi vusa de piò, la vaca l’è soa, chi’l vusa püssé la vaca l’è sua e via dialettando). Chi scrive ricorda le lezioni del professor Guido Bezzola, esperto galattico del poeta milanese Carlo Porta, che sulle varianti del meneghino ci divertiva per ore (poi, all’esame, era un altro paio di maniche, alquanto strette), e di essere stato costretto a ingurgitare i tre volumi di Grammatica storica della lingua italiana e dei suoi dialetti vergati dal teutonico professor Gerhard Rohlfs, autore per di più di monumentali vocabolari dedicati ai dialetti calabresi e ai dialetti salentini (badare al plurale). E però, se dall’inesistente “padano” volgiamo lo sguardo ai dialetti presi nel loro insieme, vien da dire “perché no?”. Non so quanti insegnanti di lettere si premurino di far leggere ai loro studenti alcuni dei più bei versi del nostro Ottocento (la “Ninetta del verzée” di Carlo Porta, oppure qualche sonetto di Giuseppe Gioacchino Belli) o stralci del teatro di Eduardo De Filippo, o ancora qualche schioppettata di Tonino Guerra… Oppure, quante maestre elementari facciano come la mia signora maestra, Enza Taglialagamba da Pisa, che ci faceva studiare le canzoni delle nostre “regioni d’origine” (si era nel melting pot del Giambellino) e tutti avevamo i lucciconi ad ascoltare la delicatissima Ninna nanna dell’Ornella (la Nena, o la Lena, che muore, il marito che trova una donna “tanto cattiva coi suoi figli car”, e giù lacrime) o Nadia che intonava “Vitti na crozza”. Oppure ridevamo con Pierino Mazzarella (figlio dell’attore) alle prese con “Ma mì”. Per dire che il dialetto può unire, e che è un gran peccato non apprezzarne la poesia.

Prove Invalsi: lo sfregio dell’etica pubblica

La prima valutazione compiuta dall’Invalsi (qui il documento in sintesi) su un campione significativo di prove nazionali di “terza media” ha confermato in maniera inoppugnabile come il sistema di istruzione non funzioni là dove ce ne è più bisogno, e cioè nelle regioni del mezzogiorno d’Italia. L’oggettività delle prove ha, peraltro, certificato un secondo dato già noto: le valutazioni, mediamente più elevate al sud, con punte stravaganti di eccellenze nella maturità (le decine di 100 e lode a Catanzaro), non trovano riscontro nell’effettiva preparazione degli studenti.
Stavolta, però, c’è di peggio. Le analisi delle prove hanno rivelato, soprattutto in alcune regioni meridionali, punte imbarazzanti di cheating. Traduzione, senza i paludamenti del linguaggio  tecnico: si è copiato, fatto copiare e addirittura aiutato. Leggi il resto »

Graduatorie, l’Idra da abbattere

Sul Sussidiario ho cercato di ripercorrere le mille vicissitudini che hanno attraversato, e continuano ad attraversare, le abilitazioni e i concorsi per la carriera di docenti e dirigenti scolastici. Con un’indicazione di fondo: dare reale autonomia alle scuole.

 

Su Orizzonte scuola, un poco di chiarezza sull’abilitazione dei docenti

Il giornale on line ha ospitato un mio intervento a proposito del regolamento sulla formazione iniziale dei docenti e sulla fase transitori, particolarmente delicata perché coinvolge migliaia di “precari non abilitati”.