il PreDelLino, 15 giugno 2009
di Max Bruschi
Se si pensa che il primo edificio dal nome “liceo” fu costruito da Pericle, dedicato ad Apollo e Aristotele vi insegnò filosofia per tredici anni, se si ricorda che ai licei italiani sono legati i nomi di Gabrio Casati e Giovanni Gentile, forse si può comprendere la delicatezza con cui è opportuno intervenire sulla materia.
Le decine di tentativi di riforma abortiti in passato, peraltro, insegnano che la via del confronto e del buon senso è la migliore da percorrere. Per questo, dopo la prima lettura, ci sarà lo spazio per perfezionare il testo e continuare ad ascoltare il mondo della scuola, della cultura, gli stessi ragazzi e gli insegnanti più giovani e preparati: oggi sull’assetto generale, domani sui “programmi scolastici”, da rivedere completamente per tutti i cicli.
Il quadro che ci siamo trovati davanti nell’affrontare il riordino dei licei era assolutamente schizofrenico. Da un lato, il loro assetto è rimasto in sostanza fermo alla legge Gentile del 1923. Dall’altro, nel tentativo di modernizzare i percorsi, si è dato il via da quasi 20 anni a una stagione di “sperimentazioni” che ne hanno reso le caratteristiche spesso irriconoscibili. I 51 progetti assistiti dal ministero e i 396 indirizzi sperimentali sono stati concepiti e realizzati per lo più aumentando le discipline e ingigantendo i quadri orari e hanno battuto la strada opposta rispetto alle indicazioni internazionali, secondo le quali per avere buoni risultati occorre apprendere un numero circoscritto di materie in maniera approfondita. Lo dimostrano le classifiche internazionali, dove ore di studio a scuola e quantità e qualità delle conoscenze sono inversamente proporzionali.
La riforma è stata concepita partendo da quattro idee forza. La prima idea forza è stata che il liceo va riformato assieme all’intero secondo ciclo dell’istruzione, che occorre differenziare, tenendo ferme le competenze comuni che devono essere raggiunte da tutti i ragazzi, licei, istituti tecnici, istituti professionali, istruzione e formazione professionale per dare a ciascuno la sua scuola, una strada che valga la pena percorrere e ostacoli da superare. E’ la migliore via per sconfiggere la sciatteria con cui lo studio è affrontato e la dispersione di troppi ragazzi che si allontanano dall’istruzione non perché troppo difficile, ma perché non dà loro la sensazione che “ne valga la pena”.
La seconda idea forza è che l’accumulo di materie e l’appesantimento dei quadri orari hanno come effetto la sindrome “dell’infarinatura”: si crede di sapere un poco di tutto, senza in realtà “conoscere” nulla, si passano sette, otto ore a scuola al giorno di lezione e si torna, a casa senza l’energia per studiare da soli o in gruppo, senza, insomma, il tempo e la forza per imparare. Meglio, allora, alzare l’asticella su un numero più circoscritto di materie, consentendo a ciascuno di approfondirle, rafforzarle, lasciarle sedimentare.
La terza idea forza è che l’autonomia è una risorsa. Per questo le singole scuole hanno ampia possibilità di progettare i percorsi a seconda delle loro caratteristiche e della loro storia, delle eccellenze professionali, delle sperimentazioni meglio riuscite, intervenendo sugli orari, attivando altre materie elencate in un apposito repertorio, coinvolgendo esperti esterni, collegandosi col territorio e creando reti tra scuole, tra scuole e istituzioni culturali, tra scuole e mondo del lavoro.
La quarta idea forza è agganciare tradizione e modernità. Creare nuovi indirizzi che colleghino la cultura liceale al mondo contemporaneo. Prevedere che una materia non linguistica sia insegnata in lingua straniera, ad esempio. O capire che l’informatica e i nuovi media tagliano trasversalmente la didattica e sono strumenti di insegnamento più che una materia a sé. Oppure stabilire che si può apprendere, anche in un percorso liceale, in contesti lavorativi. Esigere che le conoscenze si trasformino in competenze, secondo quanto ci dice l’Europa: una indicazione che ci fa ritornare, circolarmente, alle altre idee forza, perché la competenza presuppone il pieno possesso della conoscenza.
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