I nefasti di Filippo “le petit” Penati


Il mio ultimo intervento in consiglio provinciale a Milano contiene qualche chicca sulle imprese del quasi ex Presidente della Provincia di Milano, un appello e una promessa: se vinceremo, il giorno dopo le elezioni dovremo rispondere a tutte le interrogazioni insabbiate in 5 anni su Filippo “le petit” Penati e la sua corte

Brunetta il taumaturgo

Ai dipendenti pubblici, Renato Brunetta ha detto “alzati e cammina”. A quanto pare ha funzionato, purtroppo col deterrente economico a far da leva. Ma si sa, meglio non scommettere troppo, in un paese profondamente disabituato al merito e alla responsabilità, sull’etica dei comportamenti. Meglio la brusca e striglia di Brunetta rispetto ai “benaltrismi”: da qualche parte occorre iniziare, ma l’importante è continuare e non fermarsi. 

Penati, un cialtrone

Filippo Penati gode di una fama immeritata di buon amministratore. Io lo considero un Verre di provincia. Ma Verre aveva una dignità. Qui siamo alla cialtroneria. Ultimo esempio? Gli spot elettorali pagati dal contribuente.

Abruzzo: i “senza vergogna” scagliano la prima pietra

Gli errori hanno nomi. I fatti non piovono dal cielo. Esistono delle responsabilità. Con oggi debutta una nuova rubrica. Avevo pensato di chiamarla “colonna infame” ma, come è noto, la famosa colonna indicava al pubblico ludibrio un innocente. Vado dunque con la memoria a Emile Zola e al suo immortale J’accuse. Qui, infatti, si parla di colpevoli. Forse non in senso giuridico, certamente colpevoli per chi guarda, in politica, all’etica dei comportamenti. Spesso ignoti (specie se si tratta di magistrati dalle sentenze sconclusionate). Il primo è Marcello Vittorini, il “progettista” dell’ospedale San Salvatore dell’Aquila, le cui macerie sono simbolo dell’incuria di politica, amministrazione, corporazioni.

di Alessandro De Angelis dal Riformista
Senza pudore sulle macerie. Anche su quelle dell’ospedale. Come se non bastasse lo scandalo di un nosocomio battezzato dieci anni fa e collassato di fronte al sisma, ora all’Aquila spuntano i “senza vergogna”, ovvero i coinvolti che si sentono assolti. L’architetto Marcello Vittorini è il progettista della struttura ideata nel ‘69 (e inaugurata nel 1999). Ha coordinato un gruppo di accademici di chiara fama chiamati a pensare l’ospedale delle meraviglie. Poi ha diretto i lavori per oltre vent’anni. Ieri - senza vergogna - in un’intervista all’Unità non ha detto una parola sulla sua creatura. Ma ha ritenuto opportuno soloneggiare sull’inutilità delle new town proposte da Berlusconi. Chapeau, pure al compagno giornalista che all’architetto Vittorini - definito «urbanista di fama, un pezzo di cuore dell’Aquila» - non ha rivolto una sola domanda sul crollo dell’ospedale San Salvatore. Senza vergogna, appunto. Già, perché il cuore del problema di quel pozzo di San Patrizio che è stato l’ospedale regionale abruzzese è la progettazione e la direzione dei lavori. Leggi il resto »

Sorpresa pasquale del ministro Gelmini: riunito l’Osservatorio!

articolo di Salvatore Nocera, vicepresidente nazionale della FISH sul sito http://www.superando.it/content/view/4369/116/

Era da più di un anno, ovvero dalla caduta del Governo Prodi, che l’Osservatorio Scolastico sull’Integrazione degli Alunni con Disabilità non veniva riunito, nonostante le ripetute richieste delle associazioni di questi ultimi mesi. Si è quindi incominciato a discutere dei vari problemi tuttora aperti, a partire dalla formazione iniziale dei docenti curricolari e di quelli di sostegno, ma sarà necessaria quanto prima una nuova riunione, per affrontare le numerose altre questioni indicate ad esempio dalla FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).
Finalmente, dunque, dopo le insistenti pressioni di questi mesi, provenienti dalle associazioni, il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha deciso il 7 aprile di riunire l’Osservatorio Scolastico sull’Integrazione degli Alunni con Disabilità. In realtà è stato il consigliere ministeriale Max Bruschi, particolarmente sensibile su questi problemi, a prendere l’iniziativa e a riaprire i lavori dell’Osservatorio, fermi da più di un anno, ovvero dalla fine del precedente Governo Prodi. Leggi il resto »

Latine (et graece) colloqui: l’insegnamento delle lingue classiche secondo il “metodo natura”

Se e quanto valga la pena insegnare ancora le lingue classiche nelle nostre scuole è questione di cui si dibatte da decenni. Ma tale discussione raramente si confronta con l’unico dato che dovrebbe essere alla base di tutto: quanto i ragazzi che fanno studi classici apprendono realmente il latino e il greco? Esiste o no un modo per insegnare le lingue classiche in maniera tale che gli studenti possano accedere direttamente ai testi originali latini e geci? Ebbene sì, il metodo c’è: è il “metodo natura”, per cui, semplificando al massimo, il latino e il greco vengono insegnati un po’ come si insegna l’inglese. Cioè come una lingua viva.
Luigi Miraglia è il presidente dell’Accademia Vivarium Novum, che si occupa della diffusione, in Italia e all’estero, di questo metodo di insegnamento. Che è non solo rappresentativo di una didattica efficace e responsabile, ma è anche forse il modo con cui si stanno salvando le lingue classiche da un continuo e inarrestabile declino.

Professor Miraglia, si ha l’impressione che oggi l’insegnamento delle lingue classiche in Italia venga trascinato come un retaggio del passato. Lei come giudica complessivamente l’insegnamento del latino e del greco nel nostro Paese?

La questione delle lingue classiche in Italia, e in una certa misura anche in altri Paesi d’Europa, ha radici storiche profonde, che risalgono almeno alla fine del Settecento. Leggi il resto »

Tempo pieno: come volevasi dimostrare, ma…

Pare proprio che Mariastella Gelmini abbia mantenuto la parola data e che il tempo pieno sia destinato ad aumentare, come documenta Il Giornale in una articolessa alquanto accurata. Per chi non lo sapesse, il tempo pieno prevede 40 ore, due insegnanti che si dividono l’area umanistica e l’area scientifica eventualmente coadiuvati, se mancano loro i titoli, dall’insegnante di religione e da quello di inglese, oltre che dall’insegnante di sostegno se in classe ci sono alunni con disabilità. Conditio sine qua non, che gli enti locali, in questo caso i comuni, mettano a disposizione il servizio mensa. Ora, sul tempo pieno e sulla sua presunta “abolizione” si scatenarono, per mesi, le polemiche. Ricordo ancora quando l’onorevole Emilia De Biasi, nel corso di un faccia a faccia televisivo, con l’occhio fisso alla telecamera, dichiarò: “sappiano le famiglie che i loro figli torneranno a casa a mezzogiorno e mezza!”. La mia risposta fu un poco galante ma preciso “Lei mente sapendo di mentire, è una parlamentare della Repubblica, si vergogni” con conseguente scoppio d’ira della deputatessa e pausa pubblicitaria. Avevo ragione e non potevo non averla, visto il mio ruolo nella vicenda e nella redazione dei regolamenti. Ma niente, nelle decine di dibattiti seguenti e sul sito, sempre la stessa accusa, sempre la stessa propaganda. Oggi, ovviamente, di scuse non ne ho ricevute (alcune volte si andò sul pesantuccio) e neppure chiedo mi vengano pagate le molte scommesse fatte. Mi accontento di essere in pace con la mia coscienza. Eppure, un dubbio mi resta. Dubbio espresso anche da Massimo Spinelli sul Sussidiario: “Il tempo-scuola negli ultimi decenni si è andato progressivamente dilatando, non tanto per rispondere ad una esigenza di natura didattica quanto per assicurare alle famiglie una gestione “controllata” degli alunni in un orario pomeridiano. Questa situazione, particolarmente diffusa nelle aree a forte concentrazione urbana, ha prodotto una interpretazione estensiva del ruolo della scuola, chiamata spesso ad assolvere compiti di assistenza non propriamente connessi alla propria funzione istituzionale e al profilo professionale degli addetti”. Non solo. In quanti casi la spinta al tempo pieno ha avuto come carburante non un progetto educativo, ma motivi occupazionali? Quanti genitori sono stati indirizzati a scegliere un modello orario piuttosto che un altro col ricatto morale “altrimenti licenzieranno la maestra”? Quanti dirigenti scolastici hanno fatto promesse a vuoto perché la loro struttura e l’ente locale non rendono possibile il tempo pieno?
L’occasione per le istituzioni scolastiche autonome, è ribaltare una impostanzione da “eterogenesi dei fini”. Approfittare anche dei genitori preoccupati di chi bada al pupo per migliorare la qualità dell’insegnamento. Mi sembra una sfida più interessante delle concioni in sindacalese.