Minacce su Youtube. Che mi onorano.

Sotto il video Con Israele senza se e senza ma ho avuto il dubbio piacere di ricevere un commento piuttosto inquietante: “died Israeli assassins 1300 between which civil children, women and solos, bastard Hebrew sionist you will not never find peace. ” eye for eye, tooth for tooth” memories? you will pay beloved you will pay all only Palestine be sovereign free Palestine RED Palestine”. Autore, un certo Gennaro Laudiero, che mi risulta essere esponente di Sinistra Critica in Campania. Purtroppo, non sono né ebreo né sionista. Ma essere affratellato ai figli di Abramo mi onora. Meno gradisco le minacce di un cretino che, dal video, dovrebbe aver saputo che sono stato già minacciato una volta, sotto casa, per colpa del mio cappello…

To my Arab brothers: The War with Israel Is Over - and they won. Now let’s finally move forward

di Youssef M. Ibrahim, a former New York Times Middle East Correspondent and Wall Street Journal Energy Editor for 25 years, a freelance writer based in New York City and Dubai in the United Arab Emirates.

With Israel entering its fourth week of an incursion into the same Gaza Strip it voluntarily evacuated a few months ago, a sense of reality among Arabs is spreading through commentary by Arab pundits,
letters to the editor, and political talk shows on Arabic-language TV networks. The new views are stunning both in their maturity and in their realism. The best way I can think of to convey them is in the form of a letter to the Palestinian Arabs from their Arab friends:

Dear Palestinian Arab brethren:
The war with Israel is over.
You have lost. Surrender and negotiate to secure a future for your children. We, your Arab brothers, may say until we are blue in the face that we stand by you, but the wise among you and most of us know that we are moving on, away from the tired old idea of the Palestinian Arab cause
and the “eternal struggle” with Israel .
Dear friends, you and your leaders have wasted three generations trying to fight for Palestine , but the truth is the Palestine you could have had in 1948 is much bigger than the one you could have had
in 1967, which in turn is much bigger than what you may have to settle for now or in another 10 years. Struggle means less land and more misery and utter loneliness.
At the moment, brothers, you would be lucky to secure a semblance of a state in that Gaza Strip into which you have all crowded, and a small part of the West Bank of the Jordan . It isn’t going to get better.
Time is running out even for this much land, so here are some facts, figures, and sound advice, friends.
You hold keys, which you drag out for television interviews, to houses that do not exist or are inhabited by Israelis who have no intention of leaving Jaffa , Haifa , Tel Aviv, or West Jerusalem . You shoot old guns at modern Israeli tanks and American-made fighter jets, doing virtually no harm to Israel while bringing the wrath of its mighty army down upon you. You fire ridiculously inept Kassam rockets that cause little destruction and delude yourselves into thinking this is a war of liberation. Your government, your social institutions, your schools, and your economy are all in ruins.
Your young people are growing up illiterate, ill, and bent on rites of death and suicide, while you, in effect, are living on the kindness of foreigners, including America and the United Nations. Every day your officials must beg for your daily bread, dependent on relief trucks that carry food and medicine into the Gaza Strip and the West Bank , while your criminal Muslim fundamentalist Hamas government continues to fan the flames of a war it can neither fight nor hope to win.
In other words, brothers, you are down, out, and alone in a burnt-out landscape that is shrinking by the day.
What kind of struggle is this? Is it worth waging at all? More important, what kind of miserable future does it portend for your children, the fourth or fifth generation of the Arab world’s have-nots?
We, your Arab brothers, have moved on.
Those of us who have oil money are busy accumulating wealth and building housing, luxury developments, state-of-the-art universities and schools, and new highways and byways. Those of us who share borders with Israel , such as Egypt and Jordan , have signed a peace
treaty with it and are not going to war for you any time soon. Those of us who are far away, in places like North Africa and Iraq , frankly could not care less about what happens to you.
Only Syria continues to feed your fantasies that someday it will join you in liberating Palestine, even though a huge chunk of its territory, the entire Golan Heights, was taken by Israel in 1967 and
annexed. The Syrians, my friends, will gladly fight down to the last Palestinian Arab.
Before you got stuck with this Hamas crowd, another cheating, conniving, leader of yours, Yasser Arafat, sold you a rotten bill of goods - more pain, greater corruption, and millions stolen by his
relatives - while your children played in the sewers of Gaza .
The war is over. Why not let a new future begin?

Con Israele, senza se e senza ma

Il decreto Gelmini è legge. L’Università volta la prima pagina del libro del cambiamento

Il decreto Gelmini in materia di università è legge. Il testo, su cui a novembre si è scatenata la protesta di studenti e docenti ha ricevuto il via libera alla Camera con 281 voti a favore, 196 contrari, e 28 astenuti. A favore del provvedimento, su cui il governo ha incassato la fiducia, ha votato solo la maggioranza; quanto all’opposizione, il Pd e l’Italia dei Valori hanno espresso voto contrario mentre l’Udc si è astenuta sul voto finale ””per offrire un’apertura di credito nei confronti del ministro Gelmini”. ”L’università oggi cambia - esulta il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini - Valorizzato il merito, premiati i giovani, affermata la gestione virtuosa degli atenei e introdotta più trasparenza nei concorsi all’Università per diventare professori o ricercatori. Da questi tre pilastri non si potrà prescindere”. Leggi il resto »

Gaza

Lo ammetto. Mi è difficile essere equanime quando parlo di Israele, questo lembo di Occidente al di là del Mediterraneo. Ne conosco la storia e le vicende. Soprattutto, conosco persone che ci vivono. E le loro parole mi descrivono una situazione che è difficile concepire per le nostre menti europee, così intellettualmente raffinate, così pronte a fidarsi nella supremazia della “ragione” e nell’infallibilità delle sue armi. Quando ti piombano razzi sulla testa, così, a caso. Quando distribuisci i tuoi figli per vari autobus, così almeno per la statistica uno si salva in caso di attentato. Quando esistono nazioni e popoli che hanno giurato di distruggerti e sei stata costretta a trasformarti in una moderna Sparta democratica e hai dovuto da subito mettere nel cassetto le tue utopie. Ecco, quando ti capita tutto questo, forse puoi capire.
L’autorità palestinese non è stata e non è in grado di estirpare dal suo corpo il terrorismo anti istraeliano. Nulla ha fatto l’Occidente. I figli di Davide, stanchi, stanno pensando da soli a risolvere il loro problema.

Il “Capo dei Capi” e l’agrodolce Sicilia

Ho visto ieri sera l’ultima puntata della replica del “Capo dei Capi”, la fiction dedicata a Totò Riina su Canale 5. Non ne avevo letto nulla per non lasciarmi influenzare dalle polemiche che accompagnano, come tafani sulla criniera d’un cavallo, qualunque opera dedicata a mafia e zone limitrofe. Lo dico con semplicità. Mi è piaciuta. L’ho trovata scabra, priva di retorica, sostanzialmente corretta nella ricostruzione storica (si tratta pur sempre di una fiction, non di un documentario!) e nello sfondo. Ma c’è di più. Ogni scena mi ha rimandato ad altre scene. Mi ha fatto rivivere alcuni momenti, perché le scene si incrociavano con la mia memoria di bambino: il rito della lettura del giornale era particolare, mio nonno era il rapsodo che leggeva a me e alla nonna, prima il Corriere poi, dalla svolta “sinistra” impressa dalla famiglia Crespi alla storica testata del moderatismo lombardo, il Giornale del fuoriuscito Montanelli. Ricordo il tono della voce, che ogni tanto si interrompeva commosso, le notizie della “guerra di mafia” che si alternavano a quelle della guerra alle Brigate Rosse. Ricordo l’assassinio di Boris Giuliano e del giudice Terranova. Ricordo, ragazzino, le immagini di Carlo Alberto Dalla Chiesa ed Emanuela Setti Carraro riversi in macchina, grondanti di sangue. E ricordo le polemiche: Falcone, Borsellino, Ayala, il “corvo” di Palermo, le decisioni atroci del CSM, i veleni, le accuse di Leoluca Orlando Cascio a chi la mafia la combatteva sul serio. Le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Le lacrime di coccodrillo sui cadaveri di Falcone e Borsellino. Ricordo anche altro, il “dopo” cattura di Riina, le accuse folli al capitano Ultimo e lo smembramento della squadra che aveva portato all’arresto del Capo dei Capi. Insomma, la fiction ha riattivato la mia memoria, stimolato la voglia di approfondire il passato e di riprendere il filo della storia. Che è quanto dovrebbe fare un’opera “artistica”, un “romanzo storico”, sia pure televisivo.
Ora, dalla Sicilia oggi arrivano due notizie proprio brutte. La prima riguarda le polemiche che dilaniano la famiglia Borsellino all’indomani dell’offerta alla vedova del magistrato, Agnese, della cittadinanza onoraria di Salemi da parte del sindaco, Vittorio Sgarbi. La seconda è peggiore. Perché un conto sono le piccolezze umane, un altro gli atteggiamenti culturali. Ora, il presidente della Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, chiede a gran voce la conferma della convenzione tra Rai e Regione Sicilia che ha fruttato la fiction di ambientazione isolana Agrodolce: costo, 13 milioni di euro Rai e 12,7 milioni di euro del fondo europeo per lo sviluppo (!!!) destinati dalla “reggione”, per uno share del 5,5% e giudizi non proprio entusiastici della critica. Motivazioni di Lo Bello? Il 75% delle 280 maestranze , il 90% dei 220 attori minori e le 3.500 comparse sono siciliane. E poi ci sarebbero “rilevantissime” ricadute sull’indotto… Antonello Antinoro, assessore alla cultura in quota UdC, avrebbe invece chiesto al direttore Rai Cappon un’attenta valutazione tra costi e benefici prima di dare il via libera. Logico, sembrerebbe… ma il problema è che tutta la vicenda si inserisce in uno scontro al calor bianco che dividerebbe il governatore Lombardo e l’ex governatore Cuffaro, l’un contro l’altro armati: a favore il leader dell’MPA, contro “vasa vasa”. Insomma, dell’impiego di 25 milioni di euro di pubblico denaro sembra non preoccuparsi nessuno. E questa notizia è brutta quanto quella di un omicidio mafioso.

Come cambia l’Università: i video dell’incontro di Macherio

Ringrazio gli amici del Pdl di Macherio che hanno videoregistrato il dibattito pubblico tenuto con Elena Centemero e Massimo Fraschini. Ho diviso il mio intervento in tre parti.

Diciamo basta ai bilanci pazzi degli atenei

Dalla demeritocrazia alla meritocrazia

Non si cambia la scuola senza “cambiare” gli insegnanti

Napolitano: Per difficile che possa essere, vivremo il 2009 con animo solidale, fermo, fiducioso

Questa vigilia del nuovo anno è dominata, nell’animo di ciascuno di noi, dallo sgomento per le notizie e le immagini che ci giungono dal cuore del Medio Oriente. Si è riaccesa in quella terra una tragica spirale di violenza e di guerra. Una spirale che va fermata. Lo chiedono l’Italia, l’Unione Europea, le Nazioni Unite, il Pontefice: sentiamo oggi, mentre vi parlo, che questo è il nostro primo dovere, riaprire la strada della pace in una regione tormentata da così lungo tempo.
Parto di qui per rivolgere il mio tradizionale messaggio di auguri a voi tutti, italiani di ogni generazione e di ogni condizione sociale, residenti nel nostro paese e all’estero – ai servitori dello Stato, ai civili ed ai religiosi operanti per il bene della comunità, alle forze dell’ordine e alle Forze Armate, e con speciale calore e riconoscenza ai nostri militari impegnati in missioni difficili e rischiose per garantire la pace e sradicare il terrorismo nelle regioni più critiche. Nel rivolgervi questo augurio, non ignoro la forte preoccupazione che ci accomuna nel guardare all’anno che sta per iniziare. Un anno che si preannuncia più difficile, e che ci impegna a prove più ardue, rispetto alle esperienze vissute da molto tempo a questa parte. Leggi il resto »