Confesso: sarà un residuo dei miei studi di filologia, ma cerco, per quanto possibile, di andare all’origine di citazioni, opinioni, fatti. Si scoprono, a dire la verità, tonnellate di luoghi comuni e tradizioni “distorte”, spesso ad arte, grazie anche alla scarsa memoria collettiva. Giovanni Falcone viene citato da Silvio Berlusconi come l’ispiratore della futura riforma della giustizia, in particolare come sostenitore della separazione delle carriere. Reazioni scandalizzate da parte del centrosinistra, accuse di fascismo (ettepareva!) da parte dell’ANM. L’ANM, in particolare, e il CSM, sulla vicenda Falcone fecero una figura magrissima. Vi invito a leggere le motivazioni con cui il magistrato fu trombato dal CSM come successore di Antonino Caponnetto, ma l’intera storia di Falcone e Borsellino è costellata dagli attacchi della casta togata (e non solo: Leoluca Orlando Cascio si comportò in maniera indecente). Quel gran signore di Giuseppe Ayala, interpellato sull’argomento come collega del magistrato e come recente autore di “Chi ha paura muore ogni giorno”, dedicato appunto all’epopea del pool, non si scompone, non si avvita come pure (e, sul serio, dispiace) fa Maria Falcone e afferma che sì, Giovanni proprio così la pensava. Ora, eccovi due stralci da interventi di Giovanni Falcone.
Senigallia, 15 marzo 1990:
«…Se vogliamo realisticamente affrontare i problemi, evitando di rifugiarsi nel comodo ossequio formale dei principi, dobbiamo riconoscere che il vero problema è quello del controllo e della responsabilità del PM per l’esercizio delle funzioni. Con ciò non si intende mettere in discussione il principio dell’indipendenza del giudice, principio tenuto ben presente dal nuovo codice di procedura penale, che ha avuto cura di distinguere accuratamente il ruolo del giudice da quello del PM, onde sottolineare l’autonomia dell’organismo giudicante effettivamente indipendente… Ed allora ci si domanda come è possibile che in un regime liberal-democratico qual è indubbiamente quello del nostro paese, non vi sia ancora una politica giudiziaria, e tutto sia riservato alle decisioni, assolutamente irresponsabili, dei vari uffici di Procura e spesso dei singoli sostituti…Ma sono fermamente convinto che questa risposta istituzionale ai pericoli di deviazione della repressione penale non è coerente coi principi vigenti in regimi liberaldemocratici maturi e, soprattutto, determina concreti pericoli di incoerenza e disorganicità nella repressione penale…Mi sembra quindi giunto il momento di razionalizzare e coordinare l’attività del PM finora reso praticamente irresponsabile da una visione feticista della obbligatorietà dell’azione penale e dalla mancanza di efficaci controlli della sua attività…»
Repubblica, 3 ottobre 1991, intervista di Mario Pirani:
«…Un sistema accusatorio parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. Gli occorrono, quindi, esperienza, capacità, preparazione anche tecnica per perseguire l’obbiettivo.E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti. Contraddice tutto ciò il fatto che, avendo formazione e carattere unificate, con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e PM siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri. Chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato, un nostalgico della discrezionalità dell’azione penale, desideroso di porre il PM sotto il controllo dell’Esecutivo. E’ veramente singolare che si voglia confondere la differenziazione dei ruoli e la specializzazione del PM con questioni istituzionali totalmente distinte…»
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