Reclutamento, ci metto “del mio”/1

“Nelle more”, come si dice in questi casi, delle decisioni del governo in materia di reclutamento del personale docente, provo a buttare giù un paio di proposte che, senza grandi sconvolgimenti, potrebbero aiutare a fare un poco di ordine, distinguendo i vari piani (legge, decreto) e i vari ambiti (ruolo/supplenze) di intervento. La parola d’ordine, per me, è “ordinarietà”. Prosastica, ma efficace. Perché quello che dobbiamo al mondo della scuola sono regole certe e durevoli. Mi fermo per il momento al “ruolo”, rimandando il tema supplenze a una successiva puntata.

Sul reclutamento, la prima considerazione riguarda la “platea” cioè, detto in soldoni, il numero di posti da coprire con personale a tempo indeterminato. Ho visto, in queste settimane, dare parecchi numeri, e usare un termine che, mi permetto, sarebbe il caso di non utilizzare: e cioè “assunzioni straordinarie”. Quello di cui hanno bisogno le istituzioni scolastiche e tutti coloro che aspirano a un posto da insegnante, da ATA, da DS è “l’ordinarietà”. La stessa ordinarietà senza la quale la giustizia europea rischia di calare sull’Italia come la spada di Brenno sulla bilancia. Bene. I numeri degli organici (docenti, docenti SOS e ATA) sono fissati per legge , il computo dei DS e dei relativi DSGA, una volta che anche le regioni più riottose hanno accettato un dimensionamento “standard”, è semplice. Come già avvenuto per i docenti di sostegno, basta stabilire innanzitutto per legge la copertura di tutti i posti vacanti e disponibili del personale docente e ATA, attraverso una norma, già più volte proposta: 

«In esito a una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 20XX/20XX, ad assumere a tempo indeterminato personale docente, educativo e ATA per la copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui alle dotazioni organiche del personale, individuate ai sensi dell’articolo 19, comma 7, del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111»

Quanto al loro “numero”, basta intervenire, nel corso del tempo, sull’articolo 19, comma 7, del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98. Si vuole passare all’organico di “rete”, di istituto o quant’altro? lo si faccia… ma ogni intervento deve trovare la sua sede. Scindere la questione in due aiuta a trovare soluzioni.

Definita la platea, si passa al “come”. Dagli anni ‘70, il doppio canale è “il” sistema. Il Ministro Fioroni ne ha decretato la morte, sia pure “dilazionata” nel tempo, chiudendo le graduatorie permanenti e mandandole ad esaurimento. E partiamo proprio dalle GAE. La loro stessa esistenza è una “tentazione”: banalmente, a riaprirle, oppure a favorire chi da lustri vi è “rinchiuso”, specie se prodotto da scelte politico-burocratico-sindacali (i “riservati” 2000 e 2005), con responsabilità trasversali. La scelta è, sulla carta, netta: o si aboliscono, assegnando a chi vi è inserito una riserva pari al 50% dei posti messi a concorso, cosa che seppure in astratto possibile sul piano meramente tecnico sarebbe IMPOSSIBILE sul piano politico parlamentare; oppure si lasciano intatte; oppure si compiono due operazioni di manutenzione che potrebbero aiutarne un più rapido esaurimento. Quando parlo di operazioni di manutenzione, mi limito al “tecnicamente possibile”, lasciando da parte il “suggestivo ma incostituzionale”.

Si possono compiere due operazioni, dicevo: la prima attraverso una norma, la seconda attraverso un decreto del Presidente della Repubblica.
Attraverso una norma di riscrittura dell’art. 401 del Testo Unico, si possono REGIONALIZZARE le graduatorie ad esaurimento e creare anche, per incrocio, una graduatoria nazionale “di ripescaggio” cui attingere nel caso di esaurimento della GAE in una regione per uno specifico posto o classe di concorso, su base volontaria e dunque senza che la rinuncia a un ruolo da “ripescaggio” comporti l’esclusione dalle graduatorie.
La stessa graduatoria “di ripescaggio” potrebbe essere istituita a livello di concorso a cattedra, modificando l’articolo 400 del Testo Unico.

Attraverso dPR, si può procedere celermente a definire le nuove classi di concorso, rispettose degli attuali ordinamenti didattici, con norme che disegnino uno “stacco netto” tra vecchio e nuovo ordinamento, preservando le aspettative del personale collocato in GAE, ma senza pregiudicare la qualità della didattica. L’effetto sarebbe di eliminare molte “distorsioni” e alcuni arbitri prodotti dall’attuale regime di “utilizzazioni” e “confluenze” (per non parlare della trattazione su diversi codici dei percorsi oramai confluiti in un’unica istituzione scolastica: unificarli sarebbe cosa buona e giusta), oltre a riassorbire una parte consistente di esuberi.

E passiamo ai “concorsi”. Lo strumento c’è già, ed è la delega Fioroni, attraverso la quale è possibile stabilire concorsi biennali, da bandire con termini tassativi e non meramente ordinatori.

Modifica finale, che riguarda entrambi i “canali”, riguarda il trascurato e negletto “anno di formazione e di prova”, da riformare riattribuendogli la necessaria serietà, attraverso una riscrittura dell’articolo 440 (e coordinati) del Testo Unico che riguardi anche i passaggi di cattedra e di ruolo; la permanenza nelle sedi ove si è svolto l’anno di prova, per un periodo di anni congruo, con disposizioni atte a garantire, per quanto possibile, la continuità didattica nelle classi.

Non è certamente tutto, ma mi sembra una buona base di lavoro. Il dibattito è aperto.

“Si ricordi che un giorno potrebbero insegnare al suo figliolo”. Intervista a OS

Orizzonte Scuola, 3 maggio 2014

di Eleonora Fortunato - Una lunga intervista in cui l’ispettore del Miur, già consigliere dell’ex ministro Gelmini, ci aiuta a mettere a fuoco i nodi più importanti relativi alle graduatorie a esaurimento e di istituto, agli idonei concorso 2012, al Tirocinio Formativo Attivo.

II ciclo TFA, finalmente ci siamo. Lei che è un po’ il papà del percorso abilitante che ha sostituito le SSIS pensa, o si augura, che le maglie della selezione questa volta siano un po’ meno strette? Che cosa si dovrebbe imparare dal I ciclo, quali gli errori da non rifare?

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“Da ispettore, che ha la fortuna di girare per le scuole e di verificare situazioni reali e non raccontate, non posso che augurarmi che le maglie siano rigorose. Non posso mai dimenticarmi quel che diceva il mio vecchio maestro, il prof. Paolo Paolini, prima di ogni sessione di esame: “Si ricordi che un giorno potrebbero insegnare al suo figliuolo”.

Frase che riassume due doveri, di cui a volte ci si dimentica: il primo, nei confronti degli studenti, delle loro famiglie e, in definitiva, del sistema Paese, è quello di garantire insegnanti preparati, all’altezza delle sfide culturali, e di cessare di fare dell’insegnamento una sorta di sacca destinata alla disoccupazione intellettuale; il secondo, è nei confronti di quei laureati, aspiranti all’insegnamento, che hanno la vocazione e gli strumenti, e che troppo spesso si sono trovati e si trovano confusi in una massa indistinta di “aventi titolo”. L’abilitazione costituisce una prima, essenziale scrematura, tanto nelle prove di accesso, che verificano l’indispensabile preparazione disciplinare, quanto nel percorso e nell’esame finale, il cui risultato non è né deve essere uno scontato “atto dovuto”. Non è affatto detto, infatti, che conoscenze didattico-disciplinari ed effettiva attitudine all’insegnamento vadano automaticamente a braccetto. Il titolo di abilitazione o sancisce questo connubio o manca del valore sostanziale che il sistema scuola richiede.

Dal I ciclo dobbiamo imparare a migliorare il dialogo tra mondo delle Università, delle AFAM e scuola, innanzitutto nel comune obiettivo formativo; in secondo luogo, colloquiando sulle esigenze e sulle rispettive tempistiche. L’anno scorso si dovette fare un salto mortale per consentire, ad esempio, lo scioglimento delle riserve, perché le sessioni di abilitazione, in alcuni casi, furono tenute ben oltre i termini previsti per l’aggiornamento. Più in generale, dobbiamo abituarci, come MIUR, a garantire la continuità negli atti amministrativi e a non dare, sempre, la sensazione che ogni bando rappresenti l’ultima spiaggia. Nei paesi civili, si sa esattamente quando e come le procedure di abilitazione si svolgono, e soprattutto si sa che ci sono ogni anno. Questo secondo ciclo, in realtà, sarebbe dovuto essere il 4°. Il primo fu rinviato perché era cambiato il governo, il “secondo” non fu bandito per insondabili motivi. Ora, è legittimo che la politica modifichi le procedure di abilitazione (così come ogni altro ambito). Non è moralmente legittimo che, in attesa del nuovo, si blocchi il vecchio. Almeno, la sospensione delle SSIS fu decisa dal parlamento (e, lo ribadisco, fu un errore che riuscii ad evitare su Scienze della formazione primaria e sui bienni AFAM), e non dal ministro pro-tempore, chiunque egli sia”.

Tanto nel bando del I ciclo quanto in quello del II restano i 3 CFU per il tirocinio con i disabili. Ma che senso hanno questi crediti quando soprattutto nella scuola secondaria di II grado gli allievi disabili non sono molti (nei licei spesso, anzi, sono assenti) e c’è l’oggettiva difficoltà da parte delle scuole a concentrare schiere di abilitandi intorno ai pochi casi di osservazione disponibili?

“La ritengo una conquista essenziale, nello spirito della legge 104. Affrontare la disabilità non, ribadisco, non è affare del solo insegnante di sostegno, ma coinvolge tutto il consiglio di classe. Aggiungo che sempre più studenti con disabilità entrano nelle scuole secondarie, anche con riferimento, più ancora che al cosiddetto obbligo sino a sedici anni, al diritto dovere all’istruzione sino al 18° anno di età o fino al conseguimento di una qualifica, che è dal 2006 norma dello Stato. Le difficoltà, quando, se, per chi ci sono, si affrontano, come è stato fatto in occasione del I ciclo, ma la difficoltà non può mai essere una scusa”.

Un recente rapporto dell’ANFIS ha evidenziato l’impreparazione di molti atenei nell’organizzazione del I ciclo TFA e la conseguente disomogenea erogazione di formazione sul territorio nazionale, con università in cui le ore di tirocinio indiretto hanno superato di gran lunga quelle di tirocinio diretto. Non pensa che sarebbe opportuna una cabina di regia centrale che garantisse almeno un canale di comunicazione privilegiato tra Miur e università? Il rischio che si ripeta lo stesso copione di due anni fa, per esempio con i tutor coordinatori semi-esonerati a maggio dal servizio a scuola , è dietro l’angolo…

“Sono assolutamente d’accordo. Tanto più che si tratta di provvedimenti a cavallo tra tre mondi diversi (università, scuola, Afam), che imporrebbero l’individuazione precisa di responsabilità e, me lo faccia dire, un monitoraggio accurato. Un atto potrebbe essere subito adottato, e riguarda procedure più selettive per l’istituzione dei percorsi, ad esempio relativamente all’impiego di docenti qualificati nei laboratori didattico/disciplinari. In alcuni casi, nel corso del I ciclo, i laboratori furono tenuti da assistenti privi di qualsiasi esperienza a scuola o addirittura da soggetti che non avevano superato le prove di selezione per il TFA…”.

Passando a un altro argomento, il decreto con cui il Ministero ha autorizzato lo scorrimento delle graduatorie del concorso del 2012 oltre al numero dei posti messi a bando è stato un coup de theatre o già l’aveva previsto? Quali circostanze, quali considerazioni o quali pressioni hanno spinto il Miur a questa decisione?

“Per me, e l’ho ribadito più volte, si tratta di un atto scontato ai sensi delle leggi vigenti. I commi 1, 17 e 19 dell’articolo 400 del testo Unico Scuola sono cristallini. Quando ho sentito il Ministro Giannini annunciare l’intenzione di scorrere le graduatorie di merito, l’ho trovata impeccabile. Se non ci avesse pensato lei, probabilmente ci avrebbero pensato le magistrature, con effetti devastanti per la vita delle scuole.

Non entro nel merito delle pressioni pro o contro, perché non è da anni il mio compito. Mi limito a sottolineare la conformità del decreto al quadro normativo. Aggiungo però due considerazioni. La prima, è che sconsiglierei di scorrere, come purtroppo è stato dal 1999 (se non dal 1990) al 2012, ad libitum, ma di limitarsi al periodo di durata legale (triennale) delle graduatorie.

E questo per due ragioni, posto che dopo la trasformazione delle permanenti in graduatorie ad esaurimento, il concorso è l’unico canale di reclutamento aperto a nuove immissioni: la prima, se volete etica, basata sulle legittime aspettative di coloro i quali si sono abilitati e si abiliteranno tra un concorso e l’altro; la seconda, concerne il fatto che il non rispettare i termini previsti aprirebbe un contenzioso in sede UE per mancata possibilità di spendere il titolo professionale, lo stesso che ci ha visti costretti nel passato a immettere nelle graduatorie permanenti gli abilitati all’estero, e che un domani ci vedrebbe costretti a riaprire erga omnes le graduatorie ad esaurimento. La seconda considerazione riguarda la posizione giuridica dei vincitori, che va comunque tutelata anche in occasione di un futuro, auspicabile concorso, con una semplice operazione di sottrazione, ma che sarebbe bene in qualche modo assicurare”.

Questo provvedimento, attuato ad una settimana dalla chiusura delle procedure di aggiornamento delle GaE, potrebbe però sfavorire i docenti di queste ultime che hanno scelto la provincia fidandosi dei criteri finora adottati dal Miur nelle immissioni in ruolo di agosto 2013 e febbraio 2014. Come se ne potrebbe uscire?

“La risposta è netta. Non se ne può uscire. Ripeto, lo scorrimento, in una maniera o nell’altra, a mio parere ci sarebbe comunque stato. Inoltre, la scelta delle GAE provinciali è comunque al “buio”: non si sa quanti accedano a una provincia, né con quali punteggi. Mi sono sempre rifiutato di dare consigli in proposito ai tanti che me li hanno chiesti, e ho ammonito sull’effetto “partenze intelligenti” che rischia di farti ritrovare incolonnato nottetempo sull’autostrada. Infine, l’atto politico della decisione di bandire un nuovo concorso alla scadenza triennale del bando 2012 già c’era, e quel concorso ha ovvi impatti sullo scorrimento delle GAE”.

Sbaglia chi legge questa apertura come una breccia anche per i nuovi abilitati?

“L’unico organo deputato a riaprire le graduatorie ad esaurimento è il Parlamento. Mi permetto di dire che, se lo farà, come è nei suoi poteri farlo, non potrà che farlo per tutti gli abilitati, qualsiasi sia il percorso da essi compiuto, pena una pesantissima infrazione dell’ordinamento comunitario”.

Veniamo alle graduatorie di istituto: il punteggio aggiuntivo che è stato deciso in favore degli abilitati TFA rispetto agli abilitati PAS la soddisfa? Per quali ragioni?

“Non entro nel merito politico della questione. Mi limito ad osservare tecnicamente che sono stati rispettati i precedenti su due questioni: l’attribuzione di un punteggio “forfettario” che assegna, per ciascun anno di corso, il corrispettivo punteggio sostitutivo del servizio; l’attribuzione di un “bonus” aggiuntivo alle abilitazioni ordinamentali (il precedente più immediato riguarda i “riservati” del 2005), mi sembra ben argomentata in premessa, la cui legittimità è fondata su una norma di legge e reiteratamente confermata dalle magistrature, dal TAR al Consiglio di Stato al Giudice del Lavoro. Quanto all’entità del bonus, il ministro ha esercitato la propria discrezionalità che per me, in quanto dirigente dell’amministrazione, è insindacabile”.

A quali titoli avrebbe dato maggiore peso? Che cosa, invece, le sembra sia stato sopravvalutato?

“Le mie valutazioni le ho comunicate, di volta in volta, all’amministrazione, e ho dei doveri ovvi di riservatezza. Preferisco parlare di una novità, a mio parere significativa, e che potrebbe essere in futuro utilmente sfruttata. Per la prima volta è stata riconosciuta la specificità di alcuni titoli, altamente professionalizzanti e connessi con la funzione docente, rilasciati in percorsi a loro volta “governati” direttamente o indirettamente dal Miur: il titolo di specializzazione sul sostegno, il perfezionamento sul CLIL, le certificazioni linguistiche.

Questi titoli non entrano nel “tetto” di punteggio e potrebbero essere in futuro raggiunti da titoli di pari “rango”. Penso a due settori, specialmente: gli scambi con l’estero sulla base di bandi comunitari e gli assistentati all’estero, da un lato; dall’altro lato, un dispositivo che trasformi la giungla dei titoli informatici in un orto. Questo secondo settore, attualmente deregolamentato con effetti a volte grotteschi, può essere governato in due modi: o fissando uno standard per il riconoscimento delle certificazioni e degli enti certificatori delle competenze in TIC relative alla didattica; o fissando, come per il Clil e il sostegno, un percorso di perfezionamento ad hoc”.

Graduatorie di istituto: considerazioni varie di metodo e merito.

GI e tabelle, alcune considerazioni generali sul metodo, sui criteri e nel merito è opportuno farle, visto che si tratta del primo atto di “politica scolastica” firmato da Stefania Giannini in una materia da lei opportunamente giudicata, nelle dichiarazioni programmatiche, come centrale. Forse per la prima volta, da parecchi anni a questa parte, un ministro entra nella disciplina di una materia che, pur portando la sua firma, storicamente risultava appannaggio quasi esclusivo di un confronto tra amministrazione e portatori di interessi con rappresentanza sindacale. Alla variabile dell’intervento politico ministeriale, se ne è aggiunta un’altra, complice il web, e cioè la rappresentazione di istanze di fatto considerate usualmente marginali.
Basta un confronto tra il trattamento riservato, in passato, agli abilitati attraverso percorsi ordinamentali e gli altri abilitati: il “bonus” a loro assegnato per legge risultava, alla prova dei fatti, vanificato, visto che non solo a fronte dei 24 punti forfettari relativi alla durata del corso non era concesso (correttamente) caricare il servizio, ma anche i sei punti di maggiorazione evaporavano, visto che un’altra “lettera” della tabella li riconosceva alle altre abilitazioni, con l’esclusione per l’appunto delle ordinamentali: cosa ben nota a TAR, CdS e giudici del lavoro, che hanno reiteratamente condannato l’incongruenza e sanzionato il Miur.
Orbene, se nella tabella GAE, da licenziare in tempi troppo ristretti per consentire un intervento ponderato da parte del vertice politico, nulla è mutato, nella tabella delle GI le cose tornano, a livello di criteri, a posto. I punteggi alle abilitazioni ordinamentali distinguono tra punteggio da attribuire alla durata legale dei percorsi, ciascuno dei quali trattato distintamente, e “quota premiale”, fondata su criteri di differenziazione oggettivi (la selettività in accesso, fondata su un numero programmato): sul “quantum”, poi, non entro nel merito, in quanto fissato discrezionalmente. Ma la ripartizione 12 punti per anno di corso + “x” mi appare inappuntabile.
C’è un secondo aspetto, passato in secondo piano, e che invece è da sottolineare. Il nuovo decreto “scardina” uno dei principi su cui si erano basati i precedenti, e cioè il “limite” di caricamento ai punteggi relativi ai titoli, a fronte dell’illimitata possibilità di caricamento dei punteggi relativi ai servizi. E lo fa attraverso la creazione di una opportuna “riserva”, “titoli professionali inerenti la funzione docente”, ove sono raccolti alcuni percorsi (sostegno, CLIL, certificazioni linguistiche, metodo Agazzi e Montessori, lauree magistrali in lingue straniere per la primaria) sotto diretto controllo del Miur, fuori dai limiti quantitativi imposti agli altri titoli professionali, la cui proliferazione, sul libero mercato, risulta di fatto non limitabile. La parte C della tabella è un primo, importantissimo passo: la stessa si potrebbe ulteriormente implementare in futuro, magari attraverso un percorso di specializzazione, fondato su criteri oggettivi, relativo alle ICT nella didattica, ambito nel quale non sussistono (come invece capita per le certificazioni linguistiche) standard per le qualifiche e per gli enti che le rilasciano. E mi resta un poco di amaro in bocca per i percorsi di “assistentato” compiuti all’estero, che rappresentano una eccellenza da valorizzare, e che purtroppo non hanno trovato, al momento, spazio.
Ultima considerazione, in attesa di una revisione del regolamento supplenze che ripulisca definitivamente la “pietraia”, riguarda l’opportunità di conformare, per quanto compatibili, le diverse tabelle, tanto relative alle graduatorie, quanto ai titoli validi per i concorsi (che tanti grattacapi hanno dato e danno alle commissioni). Ma c’è tempo.

Concorsi: perché, quando, come

Culturalmente, ho una nota idiosincrasia nei confronti delle graduatorie per l’assunzione dei docenti. Ben vengano dunque, come annunciato dal Ministro Stefania Giannini, i concorsi pubblici “tradizionali”, unica soluzione immediatamente percorribile senza mutare (come imparò a sue spese Letizia Moratti) lo stato giuridico degli insegnanti. Non entro neppure nel merito dell’assunzione “per chiamata”, perché sarebbe una mera esercitazione accademica. Altro oggi mi preme.
Perché bandire nuovi concorsi, innanzitutto? Per tre ottime ragioni, di carattere giuridico e culturale. Leggi il resto »

Breve e veridica storia del TFA

Del percorso ordinamentale di abilitazione dei docenti, detto volgarmente TFA dall’acronimo di tirocinio formativo attivo, mi sento un poco il papà, avendo steso materialmente il provvedimento e tutti gli atti che consentivano di attuarlo. Fu un cammino travagliato non tanto nell’iniziale concepimento, frutto del lavoro e delle idee della commissione presieduta da un meritocratico di ferro quale Giorgio Israel, ma nel percorso che portò alla sua firma. Soprattutto perché, per la prima volta nella storia italiana, non vi era inclusa alcuna sanatoria o percorso riservato, nonostante le innumerevoli pressioni, arrivate a minacce più o meno velate al sottoscritto. Dall’attuazione del I ciclo fui escluso, essendo cambiato il ministro, sino a quando Lucrezia Stellacci non decise di richiamarmi a Roma, sia pure nelle retrovie. Bene: nelle idee quel percorso, indirizzato all’abilitazione, doveva essere attivato ogni anno, a partire dal settembre 2011. E tutto ritardò di un anno. Alla fine del I ciclo ci sarebbe dovuto essere il primo dei concorsi di “nuovo conio” biennali. E invece il concorso fu fatto senza il nuovo regolamento e soprattutto senza attendere i nuovi abilitati, nell’illegittima convinzione di poterne bandire un altro l’anno successivo. Il TFA 2013/2014, secondo ciclo, ha subito un rinvio che fa vergogna, perché ancora una volta le legittime aspettative di decine di migliaia di persone, giovani e meno giovani, sono state frustrate non si sa bene da chi, ma comunque da persone che dovrebbero strangolarsi, come nelle fiabe, ogni qual volta provassero a pronunciare la parola “merito”. E, pur avendo manifestato il ministro Giannini la volontà di attivarlo, ben poco si sta muovendo, mentre nella clessidra la sabbia scende. Nel frattempo, forse illudendosi o venendo convinto di guadagnare una pax sindacale, l’ex ministro Profumo decise (poi, troppo tardi, pentendosene e tentando di inserire degli sbarramenti) per un percorso speciale, sul quale la burocrazia si buttò ventre a terra, e che l’ex ministro Carrozza confermò non bloccandone l’iter. Oggi i manifestanti del I TFA ordinario si sono fatti sentire. Non so quanto troveranno ascolto. Mi limito a dire che trovo giuridicamente giustificata una differenziazione di punteggio; che trovo eticamente sacrosanto chiedere di bandire percorsi di abilitazione e procedure concorsuali REGOLARI (senza dimenticare l’errore del mancato scorrimento, nel periodo di “interregno” legale, delle graduatorie di merito dell’attuale concorso), perché quello che accade al “mondo insegnanti” non ha nulla del diritto moderno e ha molto a che fare con il diritto medioevale e con la giurisdizione dei vassalli sui servi della gleba; che trovo una pacifica e lodevole rivoluzione meritocratica del sistema distruggere i “bussolotti” delle 10/20 scuole sulle supplenze lunghe da graduatoria di istituto.

Riformare la formazione dei docenti, un percorso ad ostacoli ma possibile

di Max Bruschi*, ItaliaOggi, 1°aprile 2014

Sulla formazione iniziale dei docenti, le parole del Ministro Stefania Giannini pronunciate al Senato suonano come una (sacrosanta) conferma del principio, tante volte violato, della continuità degli atti amministrativi e della conseguente soddisfazione delle legittime aspettative: “Avvieremo subito una nuova tornata del Tirocinio Formativo Attivo (TFA) per il prossimo anno accademico, perché credo sia doveroso offrire ai giovani laureati la possibilità di conseguire il titolo abilitativo. Il modello del TFA introduce un principio sacrosanto: l’abilitazione si ottiene dopo aver dimostrato in aula di avere la preparazione e l’attitudine all’insegnamento”. Ma c’è di più: “Per il futuro”, aggiunge il titolare di Viale Trastevere “dovremmo introdurre un modello più snello. Penso all’inserimento direttamente nel percorso della laurea magistrale universitaria di un periodo di tirocinio con cui ottenere, al momento della laurea e dopo un esame parallelo alla discussione della tesi, anche l’abilitazione”. Questa strada fu presa in considerazione e poi scartata già dalla commissione Israel, che preferì per la scuola secondaria un meccanismo di 2 (laurea magistrale) + 1 (Tirocinio), rimasto inattuato se non per strumento musicale, ma è indubbiamente percorribile, ad alcune condizioni e con alcune “accortezze”.
Prima di tutto, occorre che il lavoro sulle classi di concorso, simile per tempi e condizionamenti al proverbiale “albero di Bertoldo”, sia compiuto secondo questa prospettiva, scindendo nettamente vecchio e nuovo e arrivando a una drastica riduzione nel loro numero, basata rigorosamente su considerazioni di carattere didattico-disciplinare. Un conto sono le “confluenze” delle vigenti classi sui nuovi insegnamenti (per le quali è necessario un regolamento), altro le prospettive future, gestibili, ai sensi del Testo Unico, in base a un rapido decreto. Secondo, occorre che i percorsi di laurea magistrale “abilitanti” (si intende: con severe prove selettive di accesso) siano “blindati”, evitando l’anarchia universitaria e di cedere alle lobby accademiche inserendo negli ordinamenti didattici “il troppo e il vano”. Insomma, se si chiede agli atenei e alle istituzioni dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica di produrre scatole di pomodoro, occorre che di esse si tratti, e non di scatole di fagioli, con la scusa che sempre scatole sono. E ciò sia in termini di settori scientifico disciplinari, che di insegnamenti. Se risulta inconcepibile (eppure, così oggi è) che si possa insegnare, per fare solo un esempio, storia senza dover dare un esame di storia contemporanea, sarebbe altrettanto irresponsabile non prevedere, con esattezza, quali tra le svariate discipline raggruppate in uno stesso settore debbano essere insegnate con riferimento al profilo in uscita. Terzo, altrettanta severità occorre impiegare nei requisiti per l’attivazione dei corsi, mettendo a frutto le esperienze dei TFA. Spacciare, tanto per fare un esempio, corsi disciplinari per corsi di didattica, come in alcuni casi è accaduto, non è corretto per gli aspiranti docenti, ma ha anche ricadute pesanti sul raggiungimento sostanziale dei profili previsti.
Sin qui le condizioni. Restano le accortezze. I percorsi di TFA devono non solo godere di continuità sino alla predisposizione dei nuovi ordinamenti, togliendo gli aspiranti da una ingiustificabile incertezza, ma penso sia opportuno proseguano, in parallelo, anche successivamente. E ciò per due motivi. Primo, ci sono alcune centinaia di migliaia di aspiranti, in possesso del “titolo” di accesso, cui non sembra possibile né giusto far rifrequentare un percorso di laurea magistrale; secondo, alcuni settori male si prestano a una laurea magistrale configurata “ad hoc” per l’insegnamento: solo per fare alcuni esempi, medicina, ingegneria, la stessa giurisprudenza. E sarebbe un rimedio decisamente abborracciato limitarsi ad appiccicare i crediti di tirocinio ai percorsi di laurea magistrale ordinamentali, senza prevedere i necessari apprendimenti relativi alla didattica.
Quanto ai tempi, una bozza normativa di revisione del 249/2010 fu da me elaborata a suo tempo, su richiesta del Capodipartimento Lucrezia Stellacci. L’esperienza dice che, lavorando sodo, occorrono almeno 8 mesi. Più il tempo necessario a predisporre le tabelle relative alle lauree e ai diplomi, da prevedere in un semplice decreto, rinnovabile costantemente sulla base dell’esperienza.
*Ispettore MIUR

Bene, molto bene, ministro Giannini… ma attenzione alla prosa dell’ordinaria amministrazione!

Ascoltate le dichiarazioni programmatiche del Ministro Giannini, posso dire di condividere tutto, ma proprio tutto. Certo, ora si tratterebbe di tradurre le linee politiche in atti concreti, e di subordinare l’emanazione degli atti di natura amministrativa al rispetto delle indicazioni politiche. E “quivi comincian le dolenti note”, per esperienza, “a farmisi sentire”. Mi è piaciuto molto la sottolineatura della necessità, più che di rilegificare, di attuare norme rimaste lettera morta (vedi l’organico funzionale o il servizio nazionale di valutazione) e di garantire la continuità degli atti in vigore mentre si pone mano a revisioni (e vedi il sì sacrosanto al II ciclo di TFA). E mi sembra che il ministro abbia compreso la centralità della qualità del personale scolastico. Per limitarmi ad alcuni spunti, sono da rimarcare l’accenno alla necessità di mantenere “aperto” il doppio canale di reclutamento (GAE e concorsi), contemperando i diversi interessi sulla base non solo dell’equità, ma delle esigenze degli studenti; la diversificazione tra tempo scuola e tempo “a” scuola; l’obiettivo di qualificare l’insegnamento della lingua inglese quale lingua veicolare alla primaria (e non solo…); la stabilità nella programmazione delle risorse e la volontà di dare corpo a un processo di valutazione del sistema scolastico, per ora solo sulla carta, e soprattutto la revisione dello stato giuridico del personale docente, a partire dal contratto; una attenzione alle “regole” e una semplificazione della giungla normativa attraverso la predisposizione di un nuovo testo unico. Non faccio fatica, però, a immaginare una certa resistenza (passiva… il che è peggio) della burocrazia e dei suoi corifei. Penso che il ministro farebbe bene a tenere d’occhio con estrema attenzione alcuni provvedimenti (gli aggiornamenti delle graduatorie, ad esempio, o il futuro regolamento sulle classi di concorso), che rischiano surrettiziamente di andare e di spingerla, magari inconsapevolmente, in altre direzioni. Ma chi, nell’amministrazione, intende servire lo Stato, se avrà modo di operare, potrà fare bene, molto bene.

Il pasticcio della reiterazione delle supplenze, una vera bomba ad orologeria per viale Trastevere

ItaliaOggi, 25 febbraio 2014
di Max Bruschi*
Nell’austero palazzo di viale Trastevere, sede del ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, c’è una bomba a orologeria. Che fa tic tac, tic tac, nell’attesa di chi vorrebbe disinnescarla e non può, di chi prega che svapori all’alba, come se fosse un brutto sogno, o aspetta con fatalismo che esploda, sperando in danni limitati, o che faccia cilecca. Il detonatore potrebbe scattare il 27 marzo, quando la Corte di Giustizia Europea  sarà chiamata a rispondere (tra le altre, ma è la questione principale e dirimente) alla seguente domanda postale dalla Corte Costituzionale con l’ordinanza 207/2013: è lecito o non è lecito ai sensi del diritto comunitario, che vieta, per direttiva e giurisprudenza, l’abuso di contratti a termine, coprire posti «vacanti e disponibili» con contratto a tempo determinato «senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi»?

Domanda cui ha già risposto la Commissione europea, depositando osservazioni che metterebbero in allarme anche il più distratto dei lettori. Se la CGE dovesse sancire l’incompatibilità delle norme italiane sul comparto scuola con la legislazione comunitaria, in verità, non si determinerebbe l’assunzione in massa dei ricorrenti, come qualcuno propaganda. La palla tornerebbe alla Corte Costituzionale e poi ai tribunali del lavoro, che potrebbero «andare alla grossa», senza distinguere tra le varie tipologie di contratti e di situazioni, comminare salatissimi risarcimenti e solo al limite, e forse in maniera spericolata, perché in deroga alla Costituzione, imporre assunzioni. Il danno al pubblico erario sarebbe enorme. La soluzione forse c’è, ma il tempo a disposizione è davvero poco. Il ministro avrà giusto il tempo di giurare e agire, o affidarsi all’italico stellone.

Occorrerebbe procedere per decreto legge, e subito. Fatta la revisione dei cicli scolastici (era comprensibile che ci fossero remore ad assumere a tempo indeterminato su posti dovuti a una sperimentazione che tutti i ministri, da Luigi Berlinguer in poi, avevano intenzione di «sbaraccare»), l’organico di diritto è fissato per legge.

Con un poco di coraggio, si potrebbe anche varare il regolamento sull’organico di rete, rimasto lettera morta. Ma va superata la logica dei «piani straordinari», che rischiano di rappresentare, agli occhi della CGE, un’aggravante e va battuta la strada aperta dal decreto legge 104/2013 sui posti di sostegno, destinati ad essere progressivamente coperti con contratti a tempo indeterminato: basta estendere la stessa disposizione al personale docente e Ata. Con chiarezza, tempi certi, senza furbizie e cadenzando con precisione le procedure concorsuali, per evitare ulteriori guai dovuti alla mancata spendibilità dei titoli di abilitazione da parte degli esclusi dalle GAE: «In esito a una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 2014/2015, ad assumere a tempo indeterminato personale docente, educativo e ATA per la copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui alle dotazioni organiche del personale, individuate ai sensi dell’articolo 19, comma 7, del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. Alle assunzioni si procede attingendo per il 50% attraverso lo scorrimento delle graduatorie permanenti di cui all’articolo 401 del Testo unico delle leggi sulla scuola, per il 50% attraverso l’indizione di concorsi per titoli ed esami con cadenza biennale, riservati a docenti abilitati ai sensi della normativa vigente. Ai candidati inseriti nelle graduatorie di merito di concorsi antecedenti alla data di emanazione del presente decreto legge, è riconosciuto il titolo di abilitazione». Al Minosse comunitario, forse potrebbe bastare. Dum Romae consulitur, o vogliamo intervenire?

*dirigente tecnico del Miur

Gentile Ministro Carrozza, La prego: poi dica di no, ma almeno ascolti.

Gentile Ministro Carrozza, “a chi vuole sapere del stiamo aspettando da dicembre il via libera sul regolamento dal MEF, dalla funzione pubblica e dal CDS”. Questo Suo tweet ha rappresentato una “doccia fredda” per decine di migliaia di aspiranti, giovani e meno giovani, in attesa di potersi, come detto da una amica che il TFA l’ha brillantemente fatto, “abilitare virtuosamente”. E, aggiungo, faticosamente e con merito. Aspettavano, come da Lei assicurato, il bando per febbraio (termine temporale un poco stretto, ma nessuno avrebbe avuto alcunché da ridire su un ritardo tecnico) e ora assistono a un improvviso e imprevisto stop.

Ora, i casi sono due. O Lei ha, come nelle Sue prerogative, deciso di non bandire il II ciclo di TFA per il prossimo anno accademico; oppure qualcosa, nella “catena” ministeriale, non sta funzionando a dovere.

La prima decisione, e cioè attendere le modifiche al 249/2010, comporta infatti un iter lungo, che più volte ho vissuto in prima persona, quando, oggi ispettore, ero consigliere del ministro Gelmini: parere del Consiglio di Stato (sempre che il decreto sia stato trasmesso, e non giaccia su qualche scrivania), che ha un mese di tempo, salvo rilievi (che ci sono sempre) che fanno perdere altri mesi (al minimo uno: di media due, se l’Amministrazione trotta); parere delle commissioni parlamentari competenti (altri due mesi), redazione definitiva, inoltro alla Corte dei Conti per la registrazione (minimo un mese, ma di solito di più, salvo rilievi), pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. E poi i bandi, l’apertura dell’offerta formativa, etc. etc. Si andrebbe ad anno accademico 2014/2015 inoltrato: a quel punto gli Atenei non potrebbero che rinviare il tutto al 2015/2016. E tutto questo per la seguente modifica, l’unica, tra le tre previste, ad avere un impatto sui percorsi: la previsione di una “graduatoria nazionale”, norma che, così come è stata redatta, rappresenterebbe la gioia per gli avvocati d’Italia, perché NON è possibile fare una graduatoria nazionale su prove, in buona parte (e non potrebbe essere altrimenti) demandate agli Atenei. Le chiedo, e mi chiedo: ne vale la pena? Se Lei si pone il problema degli “idonei”, la situazione può essere risolta, tramite una sorta di “ripescaggio”, attraverso un decreto ministeriale, che non necessita di nessun passaggio e di nessun concerto. Tempo di redazione: un paio di ore. Se invece non vuole bandire in assoluto, lo dica, spiegandone le ragioni. Sarebbe, a mio avviso, un errore, come già fu un errore, sia pure in buona fede, e lo riconosco, l’aver sospeso le SSIS senza che il nuovo percorso fosse pronto. Ma tutti si metterebbero il cuore in pace. Faccio sommessamente rilevare il paradosso per cui, nei prossimi anni, gli unici abilitati sarebbero coloro i quali, in virtù del servizio, avranno frequentato i “percorsi speciali”, anteponendo così una sanatoria (che non discuto: la norma c’è) a un percorso ordinamentale; oppure coloro i quali acquisiranno le abilitazioni all’estero, magari acquistandole con procedure on-line per il tramite di compiacenti mezzani. Non penso che le nostre istituzioni scolastiche, gli studenti ignari e le loro famiglie si meritino questo. E non penso se lo meritino i laureati in attesa.

La seconda ipotesi, quella di un ingorgo ministeriale, non me la so spiegare. La procedura di attivazione del TFA la conosco come le mie tasche (banalmente, perché ho scritto i provvedimenti, testo del 249 e decreti di attuazione: quasi dalla A alla Z). La tempistica e i provvedimenti necessari, anche in versioni diverse, sono pronti (alcuni, da un anno). Basta riesumare il parere del MEF sui numeri, rimboccarsi le maniche e potremmo avere le prove di ammissione a giugno/luglio, l’inizio dei corsi a settembre, in perfetta coincidenza con l’anno accademico e scolastico. I decreti in bozza sono qui, nella mia “chiavetta”. Glieli posso portare di persona, a Roma, oggi stesso, rifacendo il percorso che, da sei anni, faccio ogni lunedì e martedì che Dio manda in Terra per servire, dalle retrovie, il MIUR, dopo essere stato sul ponte di comando. Posso modificarli sotto sua dettatura, stravolgerli (purché reggano normativamente: altrimenti, direi di no, come ho sempre fatto e come ritengo sia dovere di ogni tecnico fare). Insomma, tutto quello che vuole.

A me non ne viene nulla in tasca. Anzi, scrivendole corro magari qualche rischio. Ma ci sono cose che, in coscienza, vanno fatte. Se non provassi a compiere anche questo tentativo, non potrei più guardare in faccia i mie studenti all’università, le tante persone che, in questi anni, hanno trovato in me un interlocutore che, se non altro, prova a rispondere e a dare un volto all’Amministrazione, spiegandone le scelte anche quando non le condivide. O a modificarle, quando le ritiene ingiuste.

Contratti dei docenti oltre i 36 mesi: tempus fugit

E’ attesa per luglio la sentenza della Corte Europea (CEDU) per la supposta infrazione alla direttiva UE sul divieto di reiterazione dei contratti a tempo determinato del comparto scuola. La procedura, come è noto, è stata innescata dall’ordinanza della Corte Costituzionale 207/2013,  la quale:
“1) dispone di sottoporre alla Corte di giustizia dell’Unione europea, in via pregiudiziale ai sensi e per gli effetti dell’art. 267 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea, le seguenti questioni di interpretazione della clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE:
– se la clausola 5, punto 1, dell’accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva del Consiglio 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE debba essere interpretata nel senso che osta all’applicazione dell’art. 4, commi 1, ultima proposizione, e 11, della legge 3 maggio 1999, n. 124 (Disposizioni urgenti in materia di personale scolastico) – i quali, dopo aver disciplinato il conferimento di supplenze annuali su posti «che risultino effettivamente vacanti e disponibili entro la data del 31 dicembre», dispongono che si provvede mediante il conferimento di supplenze annuali, «in attesa dell’espletamento delle procedure concorsuali per l’assunzione di personale docente di ruolo» – disposizione la quale consente che si faccia ricorso a contratti a tempo determinato senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi e in una condizione che non prevede il diritto al risarcimento del danno;
– se costituiscano ragioni obiettive, ai sensi della clausola 5, punto 1, della direttiva 28 giugno 1999, n. 1999/70/CE, le esigenze di organizzazione del sistema scolastico italiano come sopra delineato, tali da rendere compatibile con il diritto dell’Unione europea una normativa come quella italiana che per l’assunzione del personale scolastico a tempo determinato non prevede il diritto al risarcimento del danno”.

Il mio modestissimo parere di ispettore di provincia, con qualche dimestichezza col diritto, è che in assenza di “fatti nuovi”, difficilmente la CEDU potrebbe allontanarsi da un orientamento giurisprudenziale alquanto consolidato e severo, passando alla Suprema Corte un pallone destinato ad andare in goal con effetti fragorosi, potenzialmente ben oltre ciò che sarebbe desiderabile per la stabilità del sistema e per ciò che sarebbe, anche eticamente, giusto.

Il nodo posto è netto, ed è il primo dei punti sottoposti a Strassburgo: è lecito o non è lecito ai sensi del diritto comunitario (al di là di ogni altra considerazione) coprire posti “vacanti e disponibili” con contratto a tempo determinato “senza indicare tempi certi per l’espletamento dei concorsi”? Sottolineo il “posti vacanti e disponibili”, perché non è infrequente la rivendicazione di diritti giuridici per contratti che sono, senza il minimo dubbio, i fisiologici contratti di supplenza, anche più volte reiterati, assegnati per coprire posti provvisoriamente vuoti.
La domanda è retorica, e la risposta potrebbe spazzare via alcune imbarazzanti situazioni che vedono contrapporsi gli interessi del comparto e le “cautele” del MEF.

Ma sarebbe il caso di procedere, immediatamente, per via normativa. La situazione, in effetti, oggi è chiara. Fatta la revisione dei cicli (ed era comprensibile che, nelle more ultradecennali della stessa, ci fosse qualche remora ad assumere a tempo indeterminato su posti dovuti a una sperimentazione che tutti i ministri, da Berlinguer in poi, avevano intenzione di “sbaraccare”), il “nocciolo” dell’organico di diritto è fissato per legge. Con un poco di coraggio, si potrebbe anche varare il regolamento sull’organico di rete, rimasto al rango di “norma bandiera”.
Ma va superata con decisione la logica dei “piani straordinari”, che rischiano di rappresentare, agli occhi della CEDU, una aggravante. E va perseguita con decisione la strada intrapresa, almeno in parte, con il decreto legge 104/2013 per quanto riguarda i posti sul sostegno, estendendo la stessa, identica disposizione al personale docente e Ata, nei limiti definiti dalla legislazione vigente. Con chiarezza, certezza di tempi, senza furbizie.
La norma è già pronta. Si tratta dell’emendamento Centemero, inopinatamente “cassato” dal Parlamento, all’articolo  15 del DL 104:

““1. Per garantire continuità nell’erogazione del servizio scolastico ed educativo e conferire il maggior grado possibile di certezza nella pianificazione degli organici della scuola, in esito a una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola, che assicuri l’invarianza finanziaria il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca è autorizzato, a decorrere dall’anno scolastico 2014/2015, ad assumere a tempo indeterminato personale docente, educativo e ATA, con particolare riferimento agli assistenti tecnici di laboratorio, a copertura di tutti i posti vacanti e disponibili nell’organico di diritto di cui alle dotazioni organiche del personale, individuate nei limiti di quanto previsto dal comma 7 dell’articolo 19 del Decreto Legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito con modificazioni , dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, ferma restando la procedura autorizzatoria di cui all’articolo 39, commi 3 e 3-bis, della legge 27 dicembre 1997, n. 449.”

Dum Romae consulitur, o vogliamo intervenire?