Ridurre le superiori a quattro anni? Con giudizio, si potrebbe fare

Il Sussidiario ospita un mio intervento sull’ipotesi di riduzione a quattro anni del percorso della scuola secondaria di secondo grado, in giro da anni e recentemente riemersa agli onori della cronaca, un poco grazie a indiscrezioni, un poco in base a un post del sottosegretario Rossi Doria. Da papà dei nuovi licei, vorrei che l’ipotesi non fosse liquidata, ma, casomai, sperimentata con grande attenzione, in questo scorcio di legislatura, sfruttando le migliori istituzioni scolastiche e senza soluzioni affrettate.


da Il Sussidiario, 12 gennaio 2012



Fa discutere la proposta, variamente rimbalzata sui mezzi di comunicazione e sui blog, di una nuova rivisitazione degli ordinamenti scolastici della scuola secondaria di secondo grado, tra l’altro appena varati, con l’intenzione di allinearne la durata a quello della maggioranza degli altri Paesi europei. Tradotto in soldoni, sembra di capire che si tratti di scorciare i percorsi del secondo ciclo, portando gli anni di durata da cinque a quattro. Abbracciare la cosa, sull’onda dell’Europa e della discontinuità, o respingerla con sdegno, sarebbe un ulteriore episodio dell’ottusità e della superficialità con cui questi temi sono trattati in Italia.


Si tratta di una ipotesi non nuova, che una parte dell’Amministrazione aveva sottoposto, buona ultima, all’ex ministro Mariastella Gelmini e, per competenza, al sottoscritto, che ebbe l’onere e l’onore di presiedere le due commissioni incaricate di disegnare i profili dei nuovi licei, profili poi entrati in ordinamento attraverso il Decreto del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 89.


L’ipotesi fu scartata. Non con motivazioni di carattere sindacale (leggi: il pesantissimo taglio agli organici che ne sarebbe conseguito), ma con motivazioni di carattere culturale e didattico: le stesse che portarono in epoca morattiana ad abbandonare precocemente questa possibile strada. Eppure, il tarlo dei quattro anni è rimasto lì, come via non battuta, ma col suo fascino, come le gozzaniane rose non colte. Ed è un tarlo che mi porta a riflettere. Ridurre di un anno il percorso dell’istruzione secondaria di secondo grado, intendiamoci bene, si può fare. Ma non a cuor leggero.


Occorre mettere sul piatto della bilancia il rischio di una drastica riduzione dei “contenuti”, si tratti di contenuti culturali o di competenze, è bene precisarlo. Magari non quelli sulla carta, dove anzi sono state spesso di casa, nel nostro Paese, declaratorie tanto pompose e sterminate quanto impraticabili nella realtà scolastica, e mi limito alla voce “programmi Brocca”, ma quelli effettivamente offerti. Contenitore (quadri orari) e contenuto (profili in uscita e obiettivi di apprendimento) hanno una stretta interdipendenza. Una robusta sforbiciata delle prescrizioni “sulla carta” e la fine della logica dell’infarinatura all’insegna del “di tutto un po’” sono stati tra i punti di riferimento che abbiamo seguito nei lavori delle due commissioni. Se teniamo fissi quegli obiettivi, che rappresentano il nocciolo della licealità, è scontato che in un percorso di quattro anni si mostrino, nei fatti, inattuabili?



Forse sì, forse no. Perché esistono delle situazioni dove questi percorsi sono già, e non da oggi, realtà: le nostre scuole all’estero, i cui studenti, dopo quattro anni, affrontano gli stessi esami di “maturità” dei loro colleghi italiani. Ed esiste, ne parlo da tempo, la possibilità di una revisione coraggiosa del primo ciclo di istruzione, a partire dal fatto che gli istituti comprensivi sono stati resi ordinamentali. Una revisione che potrebbe portare a rivedere il ruolo e la configurazione della secondaria di primo grado, settore alla ricerca di una identità.


C’è però una qualche avvertenza metodologica da fare. Primo, occorre sterilizzare immediatamente la prevedibilissima resistenza sindacale, mettendo, mi si passi l’eccesso, “in Costituzione” che, se si abbracciasse questa ipotesi, l’organico rimarrebbe invariato, e che le “eccedenze” non sarebbero tali, ma andrebbero a comporre un utile embrione di organico di istituto. Dirlo subito significherebbe sgombrare il campo da una tediosissima discussione che nulla c’entrerebbe con l’esigenza vera di migliorare l’efficacia del sistema.


Secondo: la “riforma Gelmini” prevede che i percorsi siano monitorati e valutati. Mancano, a questo proposito, un paio di regolamenti attuativi, che possono essere adottati rapidamente. Perché, per una volta, anziché prendere, in un senso o nell’altro, delle decisioni di pancia, non si tiene adeguatamente monitorato quello che è stato e quello che verrà fatto? E’ mai possibile che ancora una volta, avendone gli strumenti o essendo in procinto addirittura di potenziarne alcuni (vedi alla voce Invalsi), si debba trasgredire al sacrosanto precetto einaudiano del “conoscere per deliberare” e a una pratica di enorme buon senso?


Terzo, si decide di scorciare l’istruzione secondaria? Bene, lo si faccia, voti il Parlamento sovrano. Ma sarebbe forse il caso che una simile scelta sia presa non alla fine di una legislatura, ma all’inizio, in modo da dare alla maggioranza di governo, di qualsiasi colore sia, e ai suoi tecnici il tempo necessario a mettere a regime una simile ipotesi.



Non è in questione, a mio parere, la legittimità ad operare dell’attuale dicastero: per me, qualsiasi governo, al di là delle etichette, è un governo politico, perché compie delle scelte in base alle regole del gioco, opera sulla “polis” attraverso i rappresentanti eletti. Ma ho vissuto sulla mia pelle il fascino e la complessità del processo di attuazione di una qualsiasi norma. E un’ennesima riforma ordinamentale, affrettata, è l’ultima cosa di cui il sistema scolastico ha bisogno.


Il che non significa rimandare l’ipotesi al tempo del mai. Anzi. L’occasione è d’oro. Una parte dei sostenitori del modello a “quattro anni” con i quali mi sono confrontato in questi giorni, postulano ad esempio la sua compatibilità con gli attuali profili in uscita e con le indicazioni nazionali per i licei (non spetta a me addentrarmi sulla compatibilità dei tecnici e dei professionali). Esistono, come già detto, le esperienze delle scuole italiane all’estero. Occorre valutarle, al di là del dato “secco” del voto all’esame di Stato.


Mi si dice, soprattutto, che le scuole migliori, quelle con un corpo docente disposto “a scommettere”, potrebbero farcela. Benissimo, dico io. Basta un articolo di legge, che ad esempio reciti “A decorrere dall’anno scolastico 2013/2014, le istituzioni scolastiche del sistema nazionale di istruzione possono proporre la sperimentazione di riformulazioni quadriennali dei percorsi di cui ai decreti del Presidente della Repubblica 15 marzo 2010, n. 87, 88, 89. Dette sperimentazioni non comportano riduzioni nell’organico di diritto previsto per i percorsi ordinamentali. Le sperimentazioni sono autorizzate con proprio decreto dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, sentito il CNPI, e sono monitorate da un apposito comitato scientifico che si avvale della collaborazione dell’Indire, dell’Invalsi e di un gruppo di dirigenti tecnici appositamente selezionato”.


Si dia, insomma, alla comunità scolastica la possibilità di “mettersi in gioco”, in scienza e coscienza, demandando la possibilità per le istituzioni scolastiche di attuare la sperimentazione di “compattamenti” quadriennali degli attuali percorsi ordinamentali, lasciando naturalmente l’organico invariato, facendolo operare fuori dalle gabbie dei quadri orari ma lasciando i risultati di apprendimento, i profili, le indicazioni nazionali e le discipline previste. Si compia la stessa scelta sul primo ciclo, creando dei raccordi possibili attraverso convenzioni tra istituzioni scolastiche. Si valuti, soprattutto, il tutto in corso d’opera e alla prova finale degli esami di Stato. E si traggano le conclusioni, senza preconcetti, ma guardando alla realtà. Questa sì sarebbe una scelta di buon senso e di libertà. E immediatamente praticabile.



 

I percorsi di Specializzazione CLIL in Gazzetta Ufficiale

Un bel regalo di Natale: sulla Gazzetta Ufficiale del 24 dicembre è stato pubblicato il Decreto 30 settembre 2011 sui “Criteri e modalità per lo svolgimento dei corsi di perfezionamento per l’insegnamento di una disciplina, non linguistica, in lingua straniera nelle scuole, ai sensi dell’articolo 14 del decreto 10 settembre 2010, n. 249.“. Alias, CLIL.

Ma cosa è il CLIL?
Il termine CLIL è l’acronimo di Content and Language Integrated Learning. Si tratta di una metodologia didattica sviluppata prevalentemente in Italia che prevede l’insegnamento di una disciplina non linguistica (matematica, scienze, storia, ecc.) in lingua straniera veicolare. I contenuti e gli argomenti sono trattati esclusivamente in lingua straniera e l’apprendimento è simultaneo. Leggi il resto »

Scuola, Bruschi: «I concorsi sono necessari ma con alcune precisazioni»

di Chiara Sirianni, Tempi, 21 dicembre 2011
«Primo: devono incontrarsi domanda delle scuole e offerta concorsuale. Secondo: devono esserci concorsi a cattedra. Terzo: i concorsi siano periodici». Intervista a Max Bruschi, ex consigliere del ministro Gelmini
 «Credo che la scuola, che è il fondamento della crescita di un paese, debba ricevere un’attenzione diversa rispetto a quella che c’è stata fino ad oggi» ha detto il ministro per l’Istruzione, Francesco Profumo. Per questo occorre un piano organico, e soprattutto un nuovo concorso, «un tema su cui lavorare» entro il 2012. Tempi.it ha chiesto un commento a Max Bruschi, presidente del Cisem di Milano ed ex consigliere del ministro Gelmini, che ha ideato la riforma sui licei.

Mariastella Gelmini aveva cercato di sbloccare la spinosa questione dei Tfa (Tirocini formativi attivi), proponendo di abilitare 23 mila persone. O
ra la situazione è in fase di stallo. Quali sono i possibili sviluppi?
«Sul tema della formazione c’erano molti adempimenti attuativi da fare: alcuni decreti avevano bisogno solo della firma del ministro e della pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale, altri di un passaggio dalla Corte dei Conti: sono stati portati a termine prima del cambio di governo e attendono oggi la fine dell’iter formale. In particolare due provvedimenti, quelli relativi ai numeri del Tfa e delle nuove lauree magistrali, hanno bisogno del nulla osta da parte del ministero dell’Economia e di quello della Funzione pubblica. Ipotizzo che si stia aspettando il parere dei due ministeri. Senza il loro assenso, non si può procedere. E solo se il reclutamento del personale docente resterà, dopo esserci faticosamente entrato, nell’agenda del nuovo governo, c’è la possibilità che una proposta condivisa e di veloce attuazione possa tagliare uno dei nodi da oltre dieci anni irrisolti che strangolano il sistema scolastico».

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TFA: il DM sulle prove di accesso pubblicato in Gazzetta

Un altro pezzo della complessa decretazione attuativa della formazione iniziale docenti è diventato norma: si tratta del Decreto 11 novembre 2011, “Definizione delle modalita’ di svolgimento e delle caratteristiche delle prove di accesso ai percorsi di tirocinio formativo attivo di cui all’articolo 15, comma 1, del decreto del Ministro dell’istruzione, dell’universita’ e della ricerca 10 settembre 2010, n. 249“.  Rispetto al “testo madre”, il decreto chiarisce alcuni aspetti e precisa, in attesa dei bandi da parte del ministero e degli Atenei, diversi aspetti procedurali.  L’articolo 1, nel ribadire chi ha diritto a conseguire l’abilitazione attraverso la sola frequenza del TFA, interpreta (comma 3) la discussa disposizione sui “crediti mancanti” in maniera estensiva, ampliando la tempistica del loro conseguimento (a completamento del titolo di studio) in maniera indefinita. Una interpretazione che, al di là degli aspetti formali, si giustifica come scelta “politica” a fronte della grande varietà di contenuti nei titoli di Laurea specialistica o magistrale, delle notizie difformi date dagli atenei in occasione della pubblicazione del 249, del tempo intercorso tra la firma del decreto e la sua effettiva registrazione, avvenuta ad anno accademico inoltrato. Il comma 5 precisa i “programmi” oggetto delle prove (oltre al DM 357/1998, tradizionale contenuto delle prove SSIS, sono contemplate le “indicazioni nazionali” dei nuovi ordinamenti). Il comma 12 precisa meglio le caratteristiche delle prove scritte, introducendo esplicitamente, per le discipline scientifiche o tecniche, la possibilità di prevedere anche una prova di laboratorio. Il comma 19 chiarisce (si spera definitivamente) le tipologie dei “congelati SSIS” che attraverso il TFA sciolgono le varie “riserve” .

Formazione iniziale docenti: il comparto AFAM è ai blocchi di partenza.

La definizione dei percorsi dell’Alta formazione artistica, musicale e coreutica destinati alla formazione iniziale dei docenti è, si può dire, completata. Il provvedimento di riordino dei corsi previgenti è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, mentre sul sito del Ministero si dà notizia del provvedimento conseguente, inerente le prove di accesso ai nuovi percorsi accademici. Per chi ha assistito alla loro “nascita”, si tratta di una buona notizia, visto che l’impostazione iniziale del 249/2010 tagliava inspiegabilmente le istituzioni AFAM. Con uno sguardo all’indietro, posso dire che, nel provvedimento “madre”, mi resta il cruccio, sui percorsi di abilitazione in A032, di non essere riuscito a superare l’impostazione del doppio canale (università/AFAM), anacronistica e soprattutto poco adatta a questo profilo. All’epoca (si era tra la fine del 2008 e gli inizi del 2009, se non ricordo male), mi si spiegò che atenei e conservatori stavano l’un contro l’altro armati e che prevedere obbligatoriamente percorsi misti, che restano comunque possibili, grazie a un “colpo di coda giuridico” all’interno del provvedimento, avrebbe significato trovarsi tutti contro e non ci fu nulla da fare. Non so se le cose stessero davvero così. Vero, “l’un l’altro si rode / di quei ch’un muro e una fossa serra”. Ma certi steccati andrebbero superati. Negli anni, ho potuto purtroppo testare reciproche diffidenze e preconcetti che, a dire la verità, toccano tutti i vari gradi dell’infrastruttura formativa. Strade possibilissime di dialogo sono battute solo attraverso “uomini di buona volontà” che hanno guardato e guardano alla tutela dell’interesse generale e spregiano la cieca difesa delle proprie corporazioni. Sono peraltro orgoglioso di avere avuto, nella stesura di questi due provvedimenti, proprio il conforto e l’aiuto di costoro. 

Un “trittico” concorsuale

Nel giro di un paio di settimane sono usciti tre articoli che approfondiscono il tema dei “futuribili” concorsi. Ho aperto le danze su ItaliaOggi il 25 ottobre, a seguire è intervenuto Vittorio Campione sul Sussidiario puntualizzando meglio quanto già scritto in un pezzo a più mani, infine ho ripreso il tema oggi, sempre sul Sussidiario, approfondendo il tema dell’incrocio tra autonomia scolastica e competenze dei docenti. Se davvero il reclutamento del personale docente resterà, dopo esserci faticosamente entrato, nell’agenda del nuovo governo, c’è la possibilità che una proposta condivisa e di veloce attuazione possa tagliare uno dei nodi da oltre dieci anni irrisolti che strangolano il sistema scolastico.

Precari e graduatorie: e se sparigliassimo con un bel concorso?

di Max Bruschi, dal Sussidiario, 27 aprile 2011 

Mi sono astenuto, sino ad oggi, da ogni esteso commento circa il futuro inserimento a “pettine” previsto nell’aggiornamento delle Graduatorie ad esaurimento. Come è noto, il “corpo mistico dell’organico” e le sue tecnicalità, così come si sono venuti stratificando nel corso dei lustri, sono fuori dalle mie corde. Tutte le volte che mi ci addentro per dovere d’ufficio, penso con nostalgia alla reazione di Alessandro Magno di fronte al “nodo di Gordio”: un colpo di spada e fine delle trasmissioni… Ma le prese di posizione di questi giorni, di parte politica e sindacale, hanno bisogno di una qualche forma di risposta e riflessione a mente fredda. Leggi il resto »

Una scuola senza voti, libri, prof?

Giorgio Israel ha lanciato un grido di allarme rispetto all’ultima moda pedagogica impostata intorno al “decalogo” di Robert Hawkins. C’è ben poco da aggiungere rispetto alla critica corrosiva di Israel verso un disegno che, se realizzato, disintegrerebbe, nello spazio di una manciata di generazioni, l’intera trasmissione del patrimonio della cultura occidentale. In nome non si sa bene di che cosa. Non vorremmo ridurci, con Giorgio, Paola Mastrocola (della quale pur non condivido alcune estremizzazioni, ma in battaglia è opportuno tralasciare i distinguo) e altri amici, al ruolo di rialfabetizzazione che un  tempo ebbero i monaci irlandesi, ultimi custodi di una tradizione gravemente manomessa dalle invasioni barbariche, né (guardo la foto del mio bambino) doverci rifugiare nell’istruzione parentale.
Difendo la tradizione, difendo i contenuti perché, sembra ozioso ricordarlo, ma non lo è, il “da dove veniamo” è indispensabile non solo per comprendere “chi siamo”, ma anche per fissare la bussola del “dove andiamo”. Contro la scuola della moda (sorella della morte, come ci ricorda Giacomo Leopardi) occorre tenere, per quanto possibile, la guardia alzata. Il che non significa buttar via il bambino con l’acqua sporca. Non significa contrapporre il gessetto alla LIM (anzi…). Ma fare uso, sempre e comunque, del buon senso, dell’esperienza, della capacità di focalizzarsi sugli obiettivi. Significa dichiarare guerra senza quartiere alla “scuola di carta”. Alla scuola che non legge, che non PENSA, ma che si prosterna alle parole d’ordine, che riempie moduli senza riempire (o rifinire gli orci…) le teste. Insomma,  alla non-scuola.
Qualche esempio? Bene. Nel corso delle passate ispezioni agli esami di stato, mi è capitato di imbattermi nella classe di un docente che, all’uscita delle Indicazioni nazionali sui licei, più si era stracciato le vesti contro il passatismo, evocando il mantra delle “competenze”. A parte il fatto che le competenze, almeno dal 1913, sono previste sin nei vecchi programmi scolastici, ho voluto testare i frutti di tale scienza educativa, beninteso senza compromettere i risultati degli incolpevoli studenti. Alla fine dell’interrogazione, dopo essermi sorbettato l’ennesimo sproloquio su Italo Svevo (perché al di là di Pirandello, Svevo, Montale, Verga difficilmente si va), ho chiesto, fuori dalla prova, al malcapitato (presentato con l’8) di seguirmi nell’auletta attigua, ho aperto una delle liriche oggetto di studio e gli ho chiesto un commento: analisi metrica, retorica, parafrasi del testo e la ragione in base alla quale l’autore aveva compiuto determinate scelte stilistiche ai fini della sua poetica. Evitando, di grazia, di ripetermi qualche pappardella desunta dalle note al testo. Ovviamente, non si chiedeva un trattato universitario, ma di manifestare una capacità di lettura minimamente consapevole. Lo studente in questione mi ha guardato come se fossi un marziano. Ha ammesso che sì, gli strumenti li aveva studiati, ma nessuno gli aveva mai insegnato ad applicarli al testo. E questo, a fronte di un documento di classe dove, nel settore specifico, i contenuti erano stati ridotti all’osso proprio in nome dell’acquisizione delle “competenze” di lettura. Quali? Non è dato, a questo punto, saperlo.  
Ho visto invece all’opera, mesi dopo, un giovane docente di inglese. Esigentissimo, ma dai risultati straordinari. Lascio stare l’imponente curriculum, la pronuncia perfetta, la programmazione basata sul QCER. Mi concentro sul metodo. Didattica laboratoriale, con il coinvolgimento dell’intera classe (ah, i furbi che per fare bella figura interrogano i ragazzi più bravi…). Continue correzioni degli errori. Ripasso dell’analisi del periodo (perché altrimenti, con le lingue straniere, sono dolori…) quando necessario. Il tutto rigorosamente in lingua inglese. Al terzo anno, i ragazzi lavoravano già sull’acquisizione del B2, che nelle mie rosee previsioni ho piazzato, non senza vibrate proteste, come obiettivo al termine del percorso di secondaria di secondo grado. In quinta, lezione di letteratura sull’osticissimo T.S. Eliot, ovviamente (per lui e per i suoi studenti) testi alla mano. Sono uscito commosso. Ebbene, il docente in questione passava, tra molti colleghi seguaci della scuola di carta, come un “passatista” che addirittura, in un collegio docenti, aveva avuto l’ardire di citare le tesi di Israel.
Ai miei venticinque lettori trarre la morale.

Il mio Risorgimento

Il mio 17 marzo si nutre soprattutto di ricordi. I cari ricordi amati dell’epopea risorgimentale, parte integrante del mio ”Familienroman”, innanzitutto, e delle narrazioni che erano la delizia della mia infanzia.
Dunque, il  mio adorato nonno di cognome faceva Nannini. Il suo prozio era il santalbertese dottor Pietro Nannini. Lascio la parola alla lapide (non è difficile vederci la mano di mio nonno Antonio, anche se non sono sicuro che l’avesse scritta lui) recentemente restaurata:

Alto ora nella gloria di Dio
e caro alla memoria dei generosi
il dottor Pietro Nannini
Capitano delle schiere Garibaldine
difese da prode sui campi del Veneto
la patria indipendenza
nell’epica primavera del MDCCCXLVIII
Corse l’anno dopo ad assistere
nel giorno IV d’agosto
Anita Garibaldi morente.
Salvò ai futuri destini l’Eroe
Trafugandolo dalle Mandriole a S.Alberto
e lo seguì in tempi migliori da Marsala al Volturno
sempre sacrificando salute agi beni
Per la libertà e l’unità d’Italia
MDCCCXVI - MDCCCLXII

Anche altri familiari, del resto, avevano seguito l’Eroe dei Due Mondi e i suoi figli su vari fronti (Grecia, Francia…) in difesa di quelle idee di libertà. Ma il dottor Pietro (che effettivamente, come si può leggere in falsariga, sacrificò il patrimonio e la salute, morendo, se ben ricordo, di colera a Napoli)  era l’eroe di famiglia.
Le mie favole, dunque, erano liberamente tratte dall’epopea garibaldina. Dai racconti tramandati, dalle Noterelle di uno dei Mille piuttosto che dalla Rossa avanguardia delle Argonne. E scorrazzavo, per il cortile della casa di Ravenna, indossando i pochi cimeli superstiti (il fazzoletto, il berretto rosso che le impietose tarme avevano ridotto a mal partito), poi donati al museo.
Oggi un ritratto di Garibaldi, mentre scrivo, mi sorveglia alle spalle. Ho in braccio mio figlio… e anche lui, tra poco, rivivrà quelle storie. Come e meglio di suo padre, spero impari l’amore per la Patria e la Libertà, per le idee cui tutto si può sacrificare.  

Un’altra delle scuole “si può fare”

Dopo l’istituto secondario superiore Ettore Majorana di Brindisi, una tra le istituzioni scolastiche più innovative d’Italia, il liceo Paolo Candiani di Busto Arsizio e, sempre nel “bustocco”, lo “storico” ITC Enrico Tosi (ma vale la pena raccomandare anche l’esperienza del Paolo Frisi di Milano, scuola in una realtà di frontiera, ma al contempo capace di cogliere ogni opportunità di innovazione, dal CLIL ai percorsi di alternanza), le cronache raccontano l’esperienza della scuola secondaria di primo grado Giovanni Pascoli, di Valenza. Uso intensivo dei sistemi multimediali, didattica attenta ai rapporti tra le discipline, “focus” sulle certificazioni linguistiche, uso dei fondi di bilancio anche con obiettivi premiali sono solo alcune delle caratteristiche evidenziate nel reportage di Panorama.
Le esperienze di autentica eccellenza non nascono “dal nulla”, ma da alcune condizioni che, a dir la verità, hanno poco a che fare con le caratteristiche del territorio (vedi il caso del Frisi o del Majorana), molto invece con le capacità dei dirigenti scolastici (leadership, certo, ma anche l’oculatezza nella gestione delle risorse) e con la volontà del personale di farsi realmente “comunità educante”. Ora, realtà come quelle citate (cui vanno aggiunti sicuramente molti tra gli educandati e i collegi, le così dette “istituzioni educative” che però vivono una realtà organizzativa particolare, e altre scuole che operano ottimamente nell’ombra), meriterebbero non solo un’attenzione particolare da parte dei mezzi di informazione (la scuola vive di esperienze come queste, muore di code e pettini), ma di poter essere considerate “scuole che fanno scuola ad altre scuole”.
E questo vale sia per quanto riguarda le attività di tirocinio previste nella formazione iniziale, sia nei campi alquanto più spinosi della formazione in servizio, del tutoraggio dei dirigenti scolastici, dello sviluppo di strategie innovative, efficaci ed efficienti nella realtà e non sulla carta. Si tratta di un processo non semplice. Che richiederebbe, certo, l’accantonamento di finanziamenti ad hoc, ma ancora di più la “statuizione” di una serie di diritti e doveri, a fronte di peculiari caratteristiche riconosciute, che possano giustificare non solo un particolare investimento, ma un particolare ruolo, uno “status” che le renda punti di riferimento sul territorio e che, al contempo, le faccia terreno di sperimentazione di una più avanzata concezione dell’autonomia scolastica.